sabato 6 ottobre 2007

Fede cattolica, laicità e laicismo (adversus G.Zagrebelsky)


Di Cosmo Intini
(Seconda Parte)


Così come delineata, quindi, la “sfiduciosa” prospettiva esistenziale laicista, proprio in quanto “priva di affidamento e di sicurezza” (in una parola: in quanto “priva di fede”), si rivela evidentemente, e “disperatamente”, subordinata oltre che all’“ingegno” anche alla “sorte” ed alla “necessità”. E difatti, ammette Zagrebelsky: “Nessuno di noi, comuni mortali, potrà mai aspirare …a scrollarci di dosso il nostro mondo per indossarne un altro. Nessuno di noi potrà mai pensare di dare un senso, una direzione alla sua e alle altrui vite per trasformarle in qualcosa di totalmente altro”.[i]
Del tutto aliena dalla concezione cristiana che riconosce in una “cooperazione” tra libero arbitrio umano ed intervento “giustificativo” della grazia divina la via per la realizzazione della “vocazione” dell’uomo al proprio “trascendimento”, tale visione morbosamente aderente ai presupposti laicistici mostra tutta la sua “antiumanità” nella reazione cui dà luogo. Infatti, l’evidente mortificazione di tale fondamentale, e tutt’affatto “naturale”, anelito umano al “superamento qualitativo” dei propri limiti, nel momento in cui comporta da una parte la sfiducia in una risoluzione “operata dall’esterno” (da ciò che è di “qualità ontologica” differente e superiore) dall’altra non può evitare di provocare contemporaneamente un “autodivinizzazione”, una “mitizzazione idolatrica” dei propri valori “quantitativi”; proprio perché si esige una compensazione all’innaturalità della mortificazione suddetta. Dato che, ovviamente, anche l’uomo-laicista aspira al “meglio”: “…il senso della vita…è lavorare insieme,…affinché la condizione del labirinto, che è la condizione umana, sia progressivamente resa più sopportabile, più umana, meno ingiusta”,[ii] ebbene, con un sovvertimento ontologico gli “ipervalori” vengono elevati sino a confondersi con i “metavalori”. Si parla di “salvezza”, ma solo di quella che “verrà da noi stessi”! Si parla di “virtù”, ma solo di quelle che “l’uomo si propone come tali”! I “valori democratici” diventano “metavalori”![iii] E così via dicendo!
La grande confusione perpetrata da Zagrebelsky si incentra sulla pretesa di ridurre la fede cristiana a “morale umana”, relativa alla “vita immortale dell’al di là”; laddove, parallelamente, i principi democratico-laicisti sono i “fondamenti della vita morale nell’al di qua”.[iv] In tal modo, la fede viene ad essere “snaturata” e “relativizzata”; tant’è che egli aggiunge: “…non si considera la possibilità che qui, nella libertà, ci possa essere una ricerca morale…degna almeno quanto la fede in promesse di ricompense e punizioni”.[v] Eccoci giunti pertanto alla riduttiva umanizzazione anche della terza virtù teologale, in maniera tale che la “fede” rimane sì concepibile, ma solo in quanto opzione ontologico-morale! E a tal proposito, nel ricordare l’“ammonimento profetico di Solov’ev”, ecco cosa ha avuto modo di far osservare S.E. il cardinale Giacomo Biffi: “…Il cristianesimo ridotto a pura azione umanitaria nei vari campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura; il messaggio evangelico identificato nell’impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del progresso, nell’esortazione a rispettare la natura; la Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità, scambiata per un’organizzazione benefica, estetica, socializzatrice: questa è l’insidia mortale che oggi va profilandosi per la famiglia dei redenti dal sangue di Cristo”![vi]
Peraltro, immediata conseguenza di tutto ciò è che diviene possibile operare anche in maniera inversa; di modo che anche la “morale nell’al di qua” la si può in certo qual modo concepire quale “fede”, oltre che quale “carità e speranza”: ossia come qualcosa che si trasfiguri, liberandosi della sua precipua dimensione “profana”! Osserva difatti Zagrebelsky che la democrazia “…è sempre disposta a correggersi,…(fatti salvi) i suoi presupposti procedurali…e sostanziali…consacrati (sic!) in norme intangibili della Costituzione”.[vii] E’ proprio alla luce di tale ribaltamento che egli definisce riduttivamente la “fede” quale “elemento concreto”, mentre esalta la “democrazia quale “valore astratto”: salvo poi ritenerla, con ennesima opportunistica acrobazia retorica, essa stessa una “fede”![viii] Comunque sia, ecco insomma gettate le basi per l’idolatrica sostituzione, al culto di Cristo, del “sacrale” culto di un sistema politico totalitaristico (ossia “non limitato, né limitabile da alcunché”): il “regno” appunto democratico-laicista!

E’ stato giustamente detto che “attualmente…tutto è stato inglobato sotto il manto della democrazia: è come un’atmosfera che abbraccia tutto e tutto contiene e fuori dalla quale vi è soltanto il nulla…In questo modo la natura, le cose, la realtà passano in secondo piano davanti alla nuova divinità, sul cui altare, se è necessario, devono essere sacrificate…La parola democrazia viene usata come un talismano legittimatore…La democrazia moderna si presenta come una vera e propria religione, anche se atea; infatti…‘la democrazia è per essenza religiosa, poiché ogni religione si fonda sul dogma e sul rito’: 1 ) il dogma è che il potere deriva dal popolo; 2) il rito consiste nella designazione di coloro che esercitano il potere attraverso l’elezione. E’ un dogma che bisogna credere perché il suo rifiuto comporta l’anatema e perfino la persecuzione degli ‘eretici politici’, per usare l’espressione di J.Maritain. In questo modo si instaurerà una nuova era di giustizia e di benessere, che sarà la conseguenza normale e immancabile dello sviluppo democratico: è l’eresia del Plus Grand Sillon, condannata da S.Pio X, che subordinando il cristianesimo alle esigenze della democrazia moderna, di fatto lo abbandonava, proclamando l’autonomia dell’uomo rispetto all’ordine naturale voluto da Dio; è l’eresia della religione democratica, secondo cui non si tratta più di convertire gli uomini al cattolicesimo, ma di convertire il cattolicesimo alle idee moderne. In questo senso si deve parlare della democrazia come di una religione”.[ix]
In più di un’occasione Zagrebelsky avanza l’“insinuazione” che la Chiesa cattolica nasconda la (per lui) riprovevole ed inconfessabile avversione per la democrazia. Anzi, senza usare mezzi termini, spesso addirittura sancisce egli stesso la loro quasi incompatibilità: “Fede religiosa, tanto più se organizzata in chiese strutturate gerarchicamente, e fede democratica costituiscono un connubio difficile, non privo di momenti drammatici”.[x] Ma che bella scoperta! Come può pretendersi che la Chiesa accetti di farsi sopraffare da quella degenerazione idolatrica che abbiamo definito essere la “religione democraticista”, la quale anticristicamente mira ad appropriarsi della Sua precipua natura di “confessione di culto”, per poi sostituirsi ad Essa con un atteggiamento di vero e proprio “scimmiottamento”!?
Il problema, a nostro modo di vedere, non è se la Chiesa sia “incompatibile” con la formula democratica, ma piuttosto se la laicistica religione democraticista odierna sia compatibile con la Chiesa. Questa infatti non nega affatto il pluralismo in sé, bensì non lo può condividere qualora esso sia concepito in chiave, appunto, di relativismo etico! Se Zagrebelsky, con ennesima ambiguità, da una parte dichiara di condividere l’inaccettabilità del relativismo affermando: “Ciò…non significa affatto…che la democrazia assuma il relativismo come suo sostrato etico”,[xi] ovvero pure che: “La democrazia non presuppone affatto quel relativismo etico che il magistero della Chiesa giustamente condanna”;[xii] d’altra parte, immediatamente dopo svela invece la propria reale posizione proclamando che la democrazia “…si basa non solo su di un ethos pubblico preciso: l’apertura al possibile, come diritto di farsi valere riconosciuto a tutte le forze e le concezioni politiche che rispettano l’uguale diritto altrui; ma presuppone anche diverse concezioni private del bene comune”;[xiii] ovvero pure che “la democrazia è per l’appunto il regime delle possibilità da esplorare, attraverso discussione e confronto e secondo la logica del male minore o del bene maggiore nelle condizioni date”.[xiv] E a completamento delle ammissioni secondo cui la “democrazia” è una vera e propria “religione” relativistica, non solo scrive un “decalogo (sic!) per imparare la democrazia”,[xv] ma oltretutto afferma: “Io, un po’ per provocazione, direi che noi, in quanto credenti (sic!) nella democrazia, dobbiamo rivendicare il relativismo come il grande pregio della democrazia stessa”.[xvi]
Le sue perplessità, a riguardo di una presunta “incompatibilità” della Chiesa con la democrazia, nascono pertanto da una illegittima sovrapposizione di significati in realtà differenti; e celano oltre tutto la subdola pretesa che sempre la Chiesa, in nome della propria sincera approvazione di un’assoluta “uguaglianza etica” degli individui, ratifichi quel surrogato che è rappresentato da un del tutto relativistico “egualitarismo” tra i singoli! In altre parole, si tratta della differenza che in filosofia occorre tra la cosiddetta “eguaglianza come fatto” e la cosiddetta “eguaglianza come valore”: nel primo caso l’uguaglianza si viene a dedurre in base al semplice “fatto” che “tutti sono fratelli, in quanto tutti sono figli di Dio”; mentre nel secondo caso l’uguaglianza deriva dalla prescrizione laicista di un precipuo “valore”, quello secondo cui “tutti devono essere uguali” giuridicamente e politicamente (eguaglianza formale) nonché socialmente ed economicamente (eguaglianza sostanziale)!
Come è possibile comprendere subito, questa differenziazione interpretativa dell’“uguaglianza” comporta insomma una differente concezione del modo di intendere l’identità personale, cioè a dire la “persona”: se nel primo caso l’uomo è infatti percepito come costituito anche di una sostanza spirituale, nel secondo caso invece egli è considerato soltanto come una pura e semplice collezione di stati d’animo. Da tale discordanza deriva quindi pure una differente concezione dell’etica, in quanto il cattolico informa i suoi comportamenti alla luce della consapevolezza secondo cui la propria identità biologico-sociologica confluisce e si giustifica in una superiore identità teologica - il che costituisce la tesi tomistica dell’“unità sostanziale della persona umana” -; mentre il laicista, da parte sua, si rifiuta di superare il primo stadio e ritiene l’etica svincolata da qualsiasi precetto dogmatico. Ora, Zagrebelsky afferma in maniera del tutto fuorviante che “…nella relazione che il teologo della Casa pontificia, Wojciech Giertych, ha recentemente tenuto (12 febbraio 2007, N.d.A.) al Congresso internazionale sul diritto naturale…, si riconosce che la natura umana non è un concetto biologico o sociologico bensì, con Tommaso d’Aquino, teologico“.[xvii] La tattica laicista ribadisce così la propria sottile indole “disgregativa” (dia-ballica), nel falsare la precisione dei fatti e ribaltarne le conseguenze in maniera che risultino per sé più convenienti! Infatti, se fosse come Zagrebelsky afferma, la concezione cristiana ammetterebbe allora come “operabile” una “bipartizione” della “natura umana”, una sua “scindibilità” in componente “fisica e psichica”, da una parte, e componente “spirituale”, dall’altra; ed inoltre auspicherebbe pure la “negazione” della prima a fronte di una esclusiva “esaltazione” della seconda. Ebbene, se così fosse, il risultato sarebbe molto simile a quello dell’eresia monofisita!
Evidentemente, da parte laicista, qui non si vuole solamente difendere una propria posizione invocando il legittimo “diritto alla libertà di opinione”, ma si tende illegittimamente ad inoculare prospettive distorte da poter subito riconvertire in altrettanti “arieti da sfondamento”! Quando S.Tommaso afferma che ‘principium quo primum intelligimus, sive dicatur intellectus sive anima intellectiva, est forma corporis’,[xviii] ciò significa che “…l’io che si coglie come corporeo negli stati affettivi (in certi stati affettivi) è lo stesso io che, riflettendo, ha coscienza di conoscere, di contemplare la bellezza, di fare metafisica…L’uomo si coglie come uno”.[xix] Ed aggiunge: ‘ipse idem homo est qui percepit se et intelligere et sentire’[xx]. Per dirla con Mons. Carlo Caffarra, “…dunque, la tesi dell’unità sostanziale intende descrivere in primo luogo un’esperienza fondamentale dell’uomo: l’esperienza dell’unità del proprio io nella pluralità specifica delle sue operazioni”![xxi] Per S.Tommaso, quindi, la natura umana non è un concetto “soltanto” biologico e sociologico, ma “anche” teologico!
Zagrebelsky tenta invece di dimostrare che la “realtà naturale” in senso lato - inclusiva cioè in senso particolare anche della “natura umana” - costituisca, così come viene concepita dalla visione cattolica, un concetto “innaturale”; e con ironica perplessità pertanto si chiede: “Che cosa è l’essere umano dovrebbe comprendersi considerando il suo rapporto con Dio. I precetti fondamentali del diritto naturale sarebbero percepibili solo per mezzo di un’intuizione metafisica delle finalità dell’esistenza, un’intuizione di fede…Fides et gratia, dunque, come presupposto per il discorso cristiano sulla natura: che cosa c’è di più ‘innaturale’ di questa visione della natura, dal punto di vista di chi - legittimamente, si presume ancora - non è credente? Ecco come la natura può diventare una maschera della sopraffazione”.[xxii]
L’“errore” laicista consiste qui nuovamente nel pretendere che la Chiesa dia per scontato quanto per Essa invece non lo è affatto: una netta “separabilità” logica tra il visibile e l’invisibile, una “irriducibilità” ontologica tra il corpo e lo spirito, una “fratturazione” etica tra ambito socio-politico ed ambito religioso! Anche in questo si coglie il tipico operare proprio del “dia-ballo”!

E’ evidente che a questo punto il discorso esiga però la precisazione di quello che è il significato precipuo con cui intendere il termine “natura”, posto come esso è alla base dei fondamentali concetti di “mondo naturale”, di “natura umana” e di “diritto naturale”!
Anche a questo proposito Zagrebelsky procede in maniera mistificante, in quanto prima assegna arbitrariamente alla Chiesa l’adesione ad una mentalità che molto semplicisticamente si conformerebbe ad un “vecchio pregiudizio” che porrebbe come base, nella scelta delle norme etiche, il binomio “natura-artificio” così impropriamente impostato: “…la struttura mentale originaria, che condiziona il rapporto tra noi e il mondo, è la contrapposizione tra ciò che è naturale e sta fuori di noi, e ciò che è artificiale e procede da dentro di noi”.[xxiii] Dopo di che passa alla delegittimazione di tale “ormai sorpassato modo di vedere” che lui stesso ha preteso di affibbiare alla Chiesa, per delegittimare la Chiesa stessa: “…è il tempo attuale, il tempo in cui perfino la ‘natura’ dell’essere umano può essere il prodotto del suo ‘artificio’ - potenza della genetica -; il tempo in cui il dentro e il fuori di noi, il soggetto e l’oggetto che siamo diventati si confondono, a rendere vana quella distinzione…[xxiv] Non stupisce dunque affatto che proprio quando è diventato insostenibile, il binomio natura-artificio sia stato riscoperto, per trovare in esso la norma delle azioni umane, una norma che assegna al naturale il primato sull’artificiale, sinonimo di inganno, abuso, adulterazione…Così si fa da parte della Chiesa cattolica, per opporsi ai cambiamenti in tema di unioni tra persone, eutanasia, sperimentazione scientifica, genetica, ecc.; e per ritornare all’antico, in tema di famiglia, contraccezione, aborto, ecc.”.[xxv]
La falsificazione dei termini del discorso, così operata dal laicismo, non riesce ad occultare la matrice da cui essa origina: la confusione! Lo stesso Zagrebelsky se lo lascia sfuggire quando afferma trionfalmente che oggigiorno il soggetto-persona e l’oggetto-persona, il dentro e il fuori dell’uomo, “si confondono”! Niente più rimane insomma al proprio posto: né logicamente, né ontologicamente, né eticamente!
Se è da ritenersi errata la distinzione secondo cui sussisterebbe una soluzione di continuità tra il dentro ed il fuori dell’uomo - così come tra il visibile e l’invisibile, tra il corpo e lo spirito, tra l’ambito socio-politico e quello religioso -, ciò non può essere tuttavia nemmeno inteso nel senso che si venga ad attuare tra i due elementi delle suddette endiadi una casuale e disordinata “confusione”. Piuttosto, si attuerà tra di essi un’“organica unità”; o per meglio dire: un reciproco “soggettivarsi” (che è altra cosa rispetto al “relativizzarsi”) il quale viene reso possibile sempre e soltanto alla luce di un identico, oggettivo ed assoluto comune denominatore: Dio Creatore! Secondo la concezione cattolica la “natura umana”, “…creata a immagine di Dio, è un essere insieme corporeo e spirituale. Il racconto biblico esprime questa realtà con un linguaggio simbolico, quando dice: ‘Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente’ (Gn 2,7). L’uomo tutto intero è quindi voluto da Dio…[xxvi] L’unità dell’anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l’anima come la ‘forma’ del corpo; ciò significa che grazie all’anima spirituale il corpo, composto di materia, è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un’unica natura”.[xxvii] In virtù di tale “unità” tra anima e corpo, “…l’uomo sintetizza in sé, per la sua stessa condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi, attraverso di lui, toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore. Allora non è lecito all’uomo disprezzare la vita corporale; egli anzi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno”.[xxviii]
Concepita in tal modo, quindi, la questione non può essere banalmente ridotta ad una dicotomia natura-artificio! Dato che “il termine anima…designa anche tutto ciò che nell’uomo vi è di più intimo e di maggior valore, ciò per cui più particolarmente egli è immagine di Dio”,[xxix] ebbene la Chiesa cattolica non “demonizza” affatto ciò che “procede da dentro l’uomo”, in quanto esso si presenta come il libero frutto dell’arbitrio dell’anima e rimane pertanto, proprio per questo, “parte integrante della stessa natura umana”. Del resto, sempre Mons. Caffarra ha avuto modo di esprimere ciò, dicendo: “Il corpo è la trasparenza della persona umana, l’unica creatura in cui è visibile l’invisibile”.[xxx]
Non sussistendo dunque, nella natura umana, alcuna soluzione di continuità tra la sua componente interiore-spirituale e quella esteriore-corporea, e non essendovi soluzione nemmeno tra tale sua componente corporale ed il mondo naturale a sé esterno - in virtù di quel suo già menzionato costituirsi, per volontà divina, quale sintesi suprema del mondo naturale stesso -, ebbene risulta del tutto paradossale e risibile accusare la Chiesa di “innaturalità” a motivo dell’opposizione da Essa esercitata contro il relativismo etico; in quanto tale opposizione si basa sulla semplicissima consapevolezza che tutto ciò che dalla persona umana procede “contro natura”, procede altresì “contro la natura umana medesima”!
Ma la tendenziosità di Zagrebelsky, posta in atto nel suo scoperto tentativo di difendere il relativismo etico, non si ferma certo qui! Per disconoscere infatti il carattere di assolutezza del “naturale”, e quindi la sua superiorità etica rispetto all’“artificiale”, passa a specificare quale sia la propria posizione in merito al concetto giuridico del “diritto”. E così la formula: “Nel campo della giustizia, la contrapposizione si traduce nella tensione tra diritto di natura e diritto positivo, cioè legislazione. La giustizia nella polis è di due specie - diceva già Aristotele -, quella naturale e quella legale; la giustizia naturale vale dovunque allo stesso modo e non dipende dal fatto che sia riconosciuta o no. La giustizia legale, invece, è quella che riguarda ciò che, in origine, è indifferente e può variare secondo i luoghi e i tempi”.[xxxi] Zagrebelsky in pratica qui cita, “quasi” integralmente, il passo del V libro dell’Etica Nicomachea (V,1134b 18-24) là dove viene sancita la tradizionale distinzione tra diritto naturale e positivo (o legale). Esposta così, sembrerebbe quasi che in base a tale distinzione Aristotele non solo ponga i due diritti su di uno stesso piano, ma che addirittura, in barba a tutta le conclusioni cui è pervenuta unanimemente la critica aristotelica, implicitamente riconosca al diritto legale una certa qual giustificabile preferenza. A Zagrebelsky è bastato infatti “omettere” la continuazione del pensiero aristotelico - il quale, dopo “…ciò che, in origine, è indifferente” così proseguiva: “… ma che non è indifferente una volta che sia stato stabilito” - per suggestionare ad una lettura che si lasci percepire quasi come se lo Stagirita, senza operare alcun distinguo, avallasse il relativismo di un diritto che “permane sempre indifferente ed oltretutto varia secondo luoghi e tempi”! In verità, non solo Aristotele non perde mai occasione per ribadire la superiorità del “naturale” rispetto al “legale”, così come dell’“universale” rispetto al “particolare”, ma oltretutto, nel prosieguo sempre del V libro introduce l’importantissimo concetto di “equità” - di cui Zagrebelsky non fa ovviamente alcuna menzione -, con cui intende: “la rettificazione della legge positiva là dove si rivela insufficiente per il suo carattere universale”, ovverosia “la correzione effettuata dal diritto naturale della legge positiva nei casi in cui sarebbe ingiusto applicare quest'ultima” (cfr. Etica Nicomachea, V,1137b 26-27). L'importanza del concetto di “equità” deriva insomma dal fatto che essa è preposta a regolare ciò che viene ritenuto giusto per legge con ciò che è ritenuto giusto per natura. “L’equità riafferma la giustizia laddove l’universale è inadeguato per il particolare. Il presupposto, dunque, è l’inadeguatezza dell’universale rispetto al particolare…Ma la composizione di universale (diritto naturale) e particolare (diritto legale, positivo) operata dall’equità è solo apparente, in quanto, in realtà, particolarizza l’universale. E ciò non per il semplice autonomizzarsi del particolare rispetto all’universale ovvero per ipotetica esenzione del particolare dal dominio dell’universale, quanto, al contrario, per l’omogeneità di giustizia universale e equità particolare…Per Aristotele l’equità è una forma speciale di giustizia e non una disposizione di genere diverso (cfr.V, 1138a 2-3)…L’omogeneità tra giustizia universale ed equità particolare rinvia quindi ad una giustizia ulteriore di cui non solo l’equità particolare, ma la stessa giustizia universale è un caso particolare. Tale giustizia ulteriore che particolarizza la stessa giustizia universale è chiamata da Aristotele ‘giustizia in senso primo’ e ‘giustizia in senso assoluto’ ”.[xxxii]
Dunque, riassumendo: secondo Aristotele la legge positiva può essere soggetta all’errore laddove non risulti sufficientemente adeguata alla legge naturale; mentre l’equo, da parte sua, “è giusto, ed è migliore di un certo tipo di giusto, non del giusto in assoluto, ma di quell’errore che ha come causa la formulazione assoluta” (E.N. , V,1137b 24-25). Proprio con questo riconoscere l’esistenza di ciò che lui definisce “giusto primo, ovvero giusto in senso assoluto”, Aristotele fa insomma riferimento ad un qualcosa che è addirittura “anteriore ad ogni espressione sotto forma di legge”; e con ciò non solo non concede in maniera definitiva il seppur minimo spazio ad alcuna tentazione interpretativa di tipo positivo-relativistica, ma dimostra pure di aver considerato da un punto di vista per così dire “teologico” oltre che gli ambiti della fisica e della metafisica, giustappunto anche quello dell’etica![xxxiii]
Per tornare al rapporto tra diritto naturale e positivo, è dunque giusto osservare che la giustizia “…non si esaurisce nella positività della legge. È noto come poneva il problema Aristotele…(Il suo) modo di porre il problema ha il merito di evidenziare che la giustizia naturale non è un corpo legale astratto, astorico e separato dal giusto politico, ma una componente o uno strato di questo. Il giusto naturale è lo strato fondamentale e originante della giustizia, il fondamento ultimo della legittimità politica, ma è tuttavia insufficiente da solo per ordinare la vita sociale. Perciò deve essere concretizzato, determinato e sviluppato in funzione del bene comune politico di ogni popolo dal giusto per convenzione di legge, vale a dire, dalla parte del diritto politico che qui chiamiamo diritto positivo”.[xxxiv]
Eppure Zagrebelsky, nonostante tutto, continua ad eccepire che “…il diritto naturale non è affatto il terreno del consenso che abbraccia l’umanità intera in nome di una giustizia universalmente riconosciuta. Al contrario è il terreno dei più radicali conflitti. Innanzitutto, che cosa è la ‘natura’ alla quale ci appelliamo? Se ci volgiamo al passato, vediamo una grande confusione. Per qualcuno, i cristiani ad esempio, è opera di Dio; ma per altri, gli gnostici, è opera del demonio…Indipendentemente da Dio e dal demonio, poi, per alcuni la natura è madre benefica e per altri, matrigna malefica ”.[xxxv] E così conclude: “…non esiste una natura da tutti riconoscibile. Si può parlare di natura, e quindi di legge naturale, solo dall’interno di un sistema di pensiero, di una visione del mondo, ma i sistemi e le visioni appartengono alle culture, non alla natura”.[xxxvi]
L’errore madornale in cui cade questa impostazione, frutto di chiarissimo “relativismo etico” - atteggiamento, quindi, che solo in apparenza viene altrove sconfessato da Zagrebelsky -, è quello di supporre di poter (e quindi di dover) riconoscere una “superiorità ontologica” alla “natura”, e pertanto al “diritto naturale”, solo in base ad un mutuo e totale consenso! Se così fosse - se cioè si potesse operare un simile giudizio in base ad un semplice criterio d’opinione, di sistema di pensiero, di visione del mondo -, per formulare tale “superiorità” non basterebbe allora, in ossequio allo spirito democratico, anche solo una “maggioranza”? Ed in effetti noi potremmo dire allora che fu proprio ciò che si sarebbe già verificato nel passato, quando lo gnosticismo manicheistico, quel pensiero che sulla base di una concezione “dualistica” riteneva il mondo naturale appunto “opera del demonio”, non si costituì mai in seno alla cultura europeo-cristiana più di una “minoritaria” visione, settaria ed eretica.[xxxvii] Mentre, d’altra parte, l’adesione “pressoché generale” al diritto naturale nel senso classico del suo valore, sarebbe stato allora ciò che lo avrebbe sostanzialmente legittimato come eticamente superiore! D’altro canto, ancor meno reggerebbe un’impostazione basata su di un giudizio che vorrebbe tener conto di dati emotivo-sentimentali i quali, proprio in quanto tali, si costituiscono come puramente soggettivi ed inevitabilmente “parziali”! La stessa “visione” razionalistica impone, ai propri cultori, che si eviti di indulgere in posizioni che ingenuamente valutino la “natura” sulla base di parametri del tipo “benignità o malignità”!
In definitiva, se c’è qualcuno che cade nell’erronea pretesa di emettere un qualsivoglia giudizio sulla natura in base ad un’impostazione relativisticamente “culturale”, ebbene quello è proprio Zagrebelsky! I presupposti della Chiesa cattolica sono invece ben altri, in quanto essi si incentrano sulla “ragione naturale” intesa quale dote “assoluta”, e non meramente accidentale, dell’essere umano. Attraverso la ragione, “naturalmente” conferitagli ab initio da Dio, l’uomo assume infatti la propria dignità, la propria libertà, il proprio arbitrio e potere: ed è in ciò che egli è reso “simile” a Dio stesso, verso cui la stessa ragione risulta ordinata! “La legge naturale è iscritta e scolpita nell’anima di tutti i singoli uomini; essa infatti è la ragione umana che impone di agire bene e proibisce il peccato…Questa prescrizione dell’umana ragione, però, non è in grado di avere forza di legge, se non è la voce e l’interprete di una ragione più alta, alla quale il nostro spirito e la nostra libertà devono essere sottomessi”.[xxxviii] Ed inoltre: “La legislazione umana non riveste il carattere di legge se non nella misura in cui si conforma alla retta ragione; da ciò è evidente che essa trae la sua forza dalla Legge eterna. Nella misura in cui si allontana dalla ragione, la si deve dichiarare ingiusta, perché non realizza il concetto di legge: è piuttosto una forma di violenza”.[xxxix] In altre parole, la legge divina e naturale è così chiamata “…non in rapporto alla natura degli esseri irrazionali, ma perché la ragione che la promulga è propria della natura umana”.[xl]
Checché ne dica Zagrebelsky è in realtà fuor di dubbio che il “diritto naturale”, oltre a non essere stato affatto cagione di confusioni, sia invece rimasto sostanzialmente inalterato attraverso la storia, rappresentando anzi un fattore decisivo nello sviluppo civile dei popoli e delle culture: lo abbiamo visto con Aristotele nel mondo ellenico, ma lo possiamo riconoscere anche nell’antica Roma con il basilare concetto dello ius gentium, così come fu posto a tutela del buon governo e della giustizia.[xli] E come fu per Aristotele (parlavamo prima della sua teologia dell’etica), ancor più per il mondo romano il diritto naturale, lo ius , instaurava intime relazioni metafisiche con il divino! Lo si può constatare per il fatto che “…ius (dall’ i.e. *YOUS), ancor prima di costituire un termine del lessico giuridico, indica ‘lo stato di regolarità, di normalità, richiesto dalle regole rituali’ e prescrive quello a cui ci si deve attenere. Il diritto romano è fondato sulla norma assoluta: lo ius procede dal Fas al quale è indissolubilmente legato come l’effetto alla causa e nel quale ha la sua giustificazione”.[xlii] Il Fas (dall’i.e. *BHA-), da parte sua indicava “la parola vivente in sé”: da cui Fatum, ossia “la parola manifesta, la volontà divina che diviene norma e legge per gli uomini e gli dèi”, e Fastus ossia “ciò che è conforme al diritto divino e lo realizza nel mondo”! Cicerone d’altronde insegnava che “…certamente esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall'errore…E’ un delitto sostituirla con una legge contraria; è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi ha la possibilità di abrogarla completamente”.[xliii]
Come è emblematicamente dimostrato dal fatto che nelle più antiche fonti compare spesso la significativa frase: jure romano vivit Ecclesia (la Chiesa vive secondo il diritto romano), la Chiesa affonda dunque le proprie radici giuridiche in questo complesso humus, che sarebbe del tutto riduttivo voler definire soltanto un occasionale “sistema di pensiero”. Il riconoscimento mostrato da parte di tutte le più importanti civiltà antiche a riguardo della necessità di “conformarsi alla legge naturale” (e non di “darne consenso”, come dice Zagrebelsky), esprime infatti chiaramente l’innata consapevolezza umana del fondamento intrinseco di tale legge, atto a stabilire i giusti confini entro cui mantenere l’ordinamento sociale: prova ne sia l’immutabilità con cui tale consapevolezza ha attraversato ed accompagnato i pur diversificati sistemi politici ed i differenti credi religiosi che hanno scandito i vari momenti storici delle singole civiltà stesse!
Il laicismo che si scaglia contro la Chiesa, accusandola di voler scalzare la visione etico-relativista per sostituirla con quella naturale, compie pertanto una doppia mistificazione! Quando Zagrebelsky dice: “…si ragiona come se le nostre società fossero prive di identità, avendola perduta o distrutta, e si discute perciò di come darne una nuova o di come ripristinare l’antica. La riscoperta delle ‘radici cristiane’ è il punto d’arrivo di questi ragionamenti. Poiché in apparenza si tratta di colmare un’assenza, i promotori d’identità…agiscono non per riempire vuoti ma per avviare sostituzioni…essi combattono una battaglia di egemonia culturale che non è solo per, ma innanzitutto contro. Non sono benefattori ma conquistatori”;[xliv] ebbene non solo ciò costituisce l’ennesima occasione in cui “il bue dice cornuto all’asino”, in quanto è la visione laicista che ritiene legittimo il “sostituire” quella che per innumerevoli secoli ha invece costituito, pur nelle diverse realtà sociali e politiche, la “giusta e naturale” comune norma etica; ma oltretutto qui si nega il senso spirituale, “di rivelazione divina”, che è il vero e proprio presupposto della “legge naturale”, per “sostituirlo” sovvertendolo con qualcosa di meramente “umano”. Se il Magistero cattolico afferma che “la legge naturale offre alla Legge rivelata e alla grazia un fondamento preparato da Dio e in piena armonia con l’opera dello Spirito”,[xlv] da parte sua invece, Zagrebelsky ritiene che “la base della società e del governo è l’essere umano come tale, né più né meno. L’origine spirituale (sic!) di questa rivoluzione è l’Umanesimo; il compimento, il razionalismo sei-settecentesco, sfociato nella Rivoluzione francese. Il prodotto costituzionale di questa emancipazione è lo Stato laico”.[xlvi]
Questo vero e proprio “atto di ribellione”, perpetrato dall’uomo laicista contro l’ordine stabilito da Dio, si palesa in maniera ancor più eclatante allorché Zagrebelsky distingue: “In origine, c’è l’invito di S.Paolo ai cristiani di Roma affinché ubbidiscano all’autorità, perché voluta da Dio: nulla potestas nisi a Deo (‘nessun potere se non da Dio’, N.d.A.)…[xlvii] Volendo ancora ricorrere, nell’epoca presente, al motto paolino lo si dovrebbe rovesciare (sic!): nulla potestas nisi a hominibus (‘nessun potere se non dagli uomini’, N.d.A.). Gli uomini stanno insieme e obbediscono all’autorità in nome non del Dio comune ma dei propri diritti”.[xlviii] Tutto ciò contiene dei presupposto molto ambigui e pericolosi, poiché in tal modo il concetto di “giustizia” viene ad essere scisso da quello di “libertà”, in maniera tale che il giusto perde ogni carattere di assolutezza ! E’ proprio quello che sostiene lo stesso Zagrebelsky: “…la dottrina (sic!) laica dei diritti non è quella cattolica, come risulta da un punto cruciale: per la prima, il limite dei diritti è l’uguale diritto altrui; per la seconda, l’ordine naturale giusto. La differenza è capitale. La prima dottrina mira alla libertà; la seconda alla giustizia”.[xlix]
Uno dei più abusati “cavalli di battaglia” laicisti - per avvalorare la tesi secondo cui la Chiesa compia un’illecita e mistificante ingerenza a riguardo del “potere civile” in quanto espressione di “autorità”, anche solo concependolo come necessariamente “derivante da Dio” - è la citazione del famoso passo evangelico riguardante la problematica del “tributo a Cesare” e dei rapporti di questo con Dio (Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,25). Nell’introduzione del libretto di cui ci stiamo occupando, scritta dal direttore E.Mauro, leggiamo infatti che “…Cesare non può diventare, duemila anni dopo, unità di misura di Cristo, dopo che il Vangelo li aveva separati come autorità distinte, ciascuna con il suo carico di obbligazioni per l’uomo-cittadino, dividendone i regni e i mondi”.[l] Da parte sua, in maniera subdola ed in completa malafede, Zagrebelsky cerca poi di accaparrarsi addirittura una propria (presunta) conformità al vero spirito di Cristo, affermando che Gesù risulta tradito allorché, nonostante l’esplicito Suo dettato di “rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, la Sua Chiesa pretende invece (così lui dice) di costituire il Cattolicesimo quale “religione civile”: “…per i vantaggi materiali immediati che ne possono derivare, sia agli uomini di chiesa che a quelli di stato. Questa idea politica della religione cristiana, pur ben radicata nella storia…sembrerebbe essere una bestemmia (sic!) dal punto di vista del messaggio di Gesù di Nazareth, ridotto a strumento di governo o a ideologia. In ogni caso è un’aberrazione dal punto di vista di quel supremo principio di laicità che sta scritto nella Costituzione”.[li]
Ma le cose non stanno affatto così! Evidentemente a Zagrebelsky, al quale è pur piaciuto evocare in altri contesti il dialogo tra Gesù e Pilato, non piace invece tener conto di tutte le parole pronunciate dal Cristo in quello stesso frangente, quando inequivocabilmente rammenta come ogni “autorità”, e pertanto anche quella civile, “venga dall’alto” (cfr. Gv 19,11). Va detto peraltro che spacciare Cesare, il sacrale Imperatore Romano, il rex et sacerdos pontifex maximus, per un qualunque moderno (e laicista) presidente di repubblica o di parlamento, carico cioè soltanto “di obbligazioni per l’uomo-cittadino” e non anche in primis “per le divinità tutelari di Roma”, costituisce non solo una distorsione storica, ma pure una falsificazione della teologia inerente al potere civile romano che certamente Pilato non avrebbe potuto mai nemmeno lontanamente concepire. Il che rende assolutamente fuor di luogo far assurgere la figura di Cesare a paradigmatico antesignano della “laicità” dello Stato! Ma oltre a ciò, il dettato di Gesù di “rendere a Cesare…etc.” sta principalmente a significare che “bisogna restituire al proprietario ciò che a lui legittimamente già appartiene”. Ora, mentre nell’episodio del “tributo a Cesare” viene chiaramente specificato che esso è legittimo in quanto in tal modo si “restituisce” il denaro che egli ha coniato, non viene invece esplicitamente detto che cosa sia legittimo “restituire” a Dio! Gesù lo dirà effettivamente in seguito, allorché dinanzi a Pilato, durante il Suo processo, lascerà con chiarezza appunto intuire che, tra le altre cose, anche l’autorità di Cesare va “restituita” a Dio!

Quando il Magistero della Chiesa cattolica afferma che “la comunità politica e l’autorità pubblica hanno il loro fondamento nella natura umana e perciò appartengono all’ordine stabilito da Dio”,[lii] e poi specifica pure che “se l’autorità rimanda ad un ordine prestabilito da Dio, la determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti sono lasciate alla libera decisione dei cittadini. La diversità dei regimi politici è moralmente ammissibile, purché essi concorrano al bene legittimo delle comunità che li adottano. I regimi la cui natura è contraria alla legge naturale…non possono realizzare il bene comune delle nazioni alle quali essi si sono imposti”,[liii] ebbene la Chiesa non dimostra quindi quella tanto paventata “inconciliabilità” con il sistema pluralistico-democratico, ma piuttosto solo con quella forma esasperata di “democrazia totalitaristica” che è costituita dal laicismo.
Partendo sempre dal dialogo tra Gesù e Pilato, scrive ancora S.E. il cardinale Juliàn Herranz: “Meditando sullo stesso drammatico processo di Gesù, Giovanni Paolo II ha scritto: ‘Così, dunque, la condanna di Dio da parte dell'uomo non si basa sulla verità, ma sulla prepotenza, sulla subdola congiura. Non è proprio questa la verità della storia dell'uomo, la verità del nostro secolo? Ai nostri giorni tale condanna è stata ripetuta in numerosi tribunali nell'ambito dei regimi di sopraffazione totalitaria. E non la si ripete anche nei parlamenti democratici, quando, per esempio, mediante una legge regolarmente emanata, si condanna a morte l'uomo non ancora nato?’. Bisogna, perciò, affermare chiaramente e con forza - per difendere il diritto inalienabile alla vita, ma anche per prevenire le intelligenze oneste contro i sofismi dei falsi democratici - che questa riduzione meramente soggettivista e agnostica della libertà e del diritto è contraria non soltanto alla dottrina sociale cristiana ma anche al concetto tradizionale e sano di democrazia. È stato, infatti, rilevato da filosofi come Maritain, Del Noce o Possenti e da giuristi come Cotta, Hervada, Finnis o Waldstein, ma sono solo alcuni nomi, che gli autori classici anteriori al dilagare dogmatico dell'ideologia liberal-agnostica hanno interpretato sempre la democrazia come un ordinamento sociale di libertà avente confini naturali. Non con dei limiti esterni, imposti autoritariamente dal di fuori (tendenza totalitaria) oppure imposti tramite un semplice e onnicomprensivo accordo pattizio (tendenza liberal-radicale), ma con dei confini aventi un fondamento intrinseco: la legge naturale, il diritto naturale o ius gentium. Purtroppo, l'ideologia liberal-radicale, fondata sull'agnosticismo religioso e il relativismo morale, nel togliere alla democrazia il suo fondamento di principi e di valori oggettivi, ha reso pericolosamente incerti i limiti della razionalità e della legittimità della norma. Ciò ha indebolito profondamente l'ordinamento giuridico democratico di fronte alla tentazione di una libertà denaturalizzata: di una libertà, cioè, senza i limiti veramente liberatori della verità oggettiva sulla natura e la dignità dell'uomo e della vita umana”.[liv]
Stando così le cose, viene allora da chiedersi: perché tanto accanimento laicista contro tale presunta “antidemocraticità” della Chiesa? Quale può essere la “questione pregiudiziale” che impedisce di riconoscere piuttosto nella Chiesa cattolica l’Istituzione storica che, per Sua natura precipua, più di qualunque altra è garante per l’uomo di “libertà e diritto”?! Per provare a darci una risposta bisogna però procedere con ordine!
Ecco innanzitutto cosa viene detto da Zagrebelsky: “Diverso era lo spirito del dialogo che anima molte pagine, aperte alla speranza, del Concilio Vaticano II, nelle quali il ‘mondo moderno’ è assunto come interlocutore positivo…diversa era la concezione del rapporto tra fede e ragione, tra fede e attività dei cristiani nel mondo…Ma (oggi) è ancora così?”.[lv] E poi altrove aggiunge: “Ma chi oserebbe negare che nei secoli la Chiesa abbia invece piuttosto avversato la democrazia e appoggiato ogni sorta di autocrazia, che abbia praticato più l’imposizione che il rispetto delle coscienze? Chi potrebbe dimenticare la violenza di cui è stata dispensatrice in nome della fede che custodiva? Chi può avere la memoria così breve da ignorare che l’unica ‘libertà’ riconosciuta è stata quella di aderire alla vera religione e che ogni rivendicazione di libertà diversamente indirizzata è stata oggetto di dure condanne?”.[lvi]
Ora, alla luce di ciò, ci insorge subito il sospetto che più di una “pregiudiziale” da risolvere qui si tratti in realtà di un “pregiudizio” che si vuole arrecare alla Chiesa! Né può essere diversamente se, in maniera evidentemente opportunistica, da una parte si vuole lodare il Concilio Vaticano II sulla base di un suo “presunto” accoglimento delle istanze modernistico-liberal-laiciste, mentre dall’altra parte si addita con spregio un’altrettanto “presunta” inveterata disposizione autocratica della Chiesa. Oltretutto, tale contraddizione viene pure macchiata dall’incongruenza secondo cui la Chiesa medesima, nei duemila anni della Sua storia, avrebbe avversato la democrazia per “secoli”, quasi che questa forma di governo non si sia affermata non molto più tardi di appena due secoli fa! Ma contraddizioni ed incongruenze non giocano a favore di affermazioni che aspirino a costituirsi come probanti, né tanto meno forniscono garanzia di sincerità! Lo si capisce meglio nel prosieguo, là dove Zagrebelsky dice ancora: “Le guerre civili di religione sono di fronte a noi, a insegnare che cosa produce l’intreccio tra politica e religione quando non è data unità di fede. Incrinata l’unità dei cristiani dai movimenti ereticali a partire dal XII secolo, rotta poi dalla riforma luterana e dallo scisma anglicano, quell’intreccio ha alimentato solo divisioni e sopraffazioni. L’Europa cristiana divisa divenne campo di battaglia, con faide crudelissime tra cristiani di diverse confessioni, inquisizioni, cacce alle streghe, roghi di eretici e pogrom di ebrei. Eserciti di Stati scesero in campo in nome delle diverse professioni religiose. La religione, una volta rotta la sua unità, non era più assicurazione di alcuna ‘premessa normativa’. Anzi: era diventata endemico fattore di sovversione, odio, miseria, ostilità. Se ne uscì non con vincitori e vinti ma con una soluzione costituzionale: l’emancipazione dello Stato, la sua distinzione dalla religione e la regolamentazione di questa come elemento della coscienza individuale e sociale, e non più come elemento direttamente politico”.[lvii]
Ma come! Pur di dimostrare un’indole della Chiesa cattolica adusa alla sopraffazione, alla prepotenza, alla soverchieria, qui si concede addirittura, in contraddizione piena rispetto a tante altre occasioni, che l’Europa sia stata in origine effettivamente cristiana e cattolica nella sua comune identità?! “La riduzione della storia europea a storia cristiana è un falso storico”,[lviii] sostiene infatti altrove Zagrebelsky! E si concede pure che tale sua originaria comune identità cattolica sia stata messa in crisi dalla perdita dell’“unità di fede”?! Ma allora, il nocciolo della questione non è tanto rappresentato dall’“intreccio etico-morale tra politica e religione”, né da una del tutto fittizia “antidemocraticità” della Chiesa; quanto piuttosto, ed è proprio quello che va affermando da sempre il Magistero cattolico, dalla perdita e quindi dalla mancanza di “unità di fede” nell’unica Chiesa di Cristo Gesù! Dice il Catechismo: “L’unità che Cristo ha donato alla sua Chiesa fin dall’inizio…noi crediamo che sussista, senza possibilità di essere perduta, nella Chiesa cattolica e speriamo che crescerà ogni giorno di più sino alla fine dei secoli…La Chiesa deve sempre pregare e impegnarsi per custodire, rafforzare e perfezionare l’unità che Cristo vuole per lei…Il desiderio di ritrovare l’unità di tutti i cristiani è un dono di Cristo e un appello dello Spirito Santo”![lix]
Tuttavia, pur di evitare ogni concessione al valore storico del Cattolicesimo, la suddetta inderogabile unità è ritenuta da Zagrebelsky una “condizione impossibile”, perlomeno da ripristinare;[lx] e peraltro un’“insuperabile difficoltà” sussiste nei confronti dei non credenti, visto che “…in che consista l’essere e l’agire conformemente a quel che l’esistenza di Dio richiede, il laico non sa e gli uomini di fede si sono combattuti per mill’anni ciascuno ritenendo di saperlo meglio degli altri. Occorre un’autorità riconosciuta ed è sottinteso che sia il magistero cattolico. Ma come può chiedersi a un non credente di contraddire così profondamente sé stesso, al punto di affidarsi a ciò che gli si dice a proposito di un Dio che non conosce? Il consiglio che la Chiesa rivolge così al non credente (ossia di indirizzare la propria vita ‘veluti si Deus daretur’, ‘come se Dio ci fosse’, N.d.A.) ha un solo contradditorio significato: seguimi, per atto di fede”.[lxi]
Ma in tal modo la contraddizione non è in realtà patita dalla Chiesa, bensì dal “serpente che si morde la coda”! Così come prospettati da Zagrebelsky, infatti, i termini della questione sono invertiti nella loro logica successione, in quanto è ovvio che il “non-credente” non conosca Dio: se lo conoscesse, allora crederebbe! E poi la Chiesa non pretende affatto, bensì soltanto consiglia (come del resto riconosce lui stesso, seppur ironicamente): non pretende cioè di “esser seguita per fede”, ma consiglia “di aver fede per poterLa così seguire”! Se volessimo spiegarci da un punto di vista della sintassi, quel “per atto di fede” non è insomma un complemento “di limitazione”, ma “di modo”. E pur nella sua sottigliezza ciò non costituisce una ininfluente sfumatura!
Se infatti il processo di “divisione della fede cristiana”, l’azione del dia-ballo operato dall’anticristicità prima attraverso i movimenti ereticali, poi con gli scissionisti protestanti e adesso col laicismo liberal-massonico, ha causato nei secoli la progressiva alienazione dello Stato dalla Chiesa, dell’etica socio-politica dalla religione, nonché, in fase terminale, ha comportato l’inevitabile perdita della “conoscenza di Dio” da parte di tanti cristiani - cioè a dire la perdita appunto della loro fede -, ebbene come sarà mai possibile “conoscere Dio” senza quella stessa fede che si è rigettata e smarrita? Dice il Magistero: “La fede cerca di comprendere: è caratteristico della fede che il credente desideri conoscere meglio colui nel quale ha posto la sua fede, e comprendere meglio ciò che egli ha rivelato; una conoscenza più penetrante richiederà a sua volta una fede più grande. La grazia della fede apre ‘gli occhi della mente’ (Ef 1,18)…Così, secondo il detto di S.Agostino: ‘Credi per comprendere: comprendi per credere’ ”.[lxii]
Non è quindi lecito per il laicismo concludere che la Chiesa voglia imporre “antidemocraticamente” la Sua verità, se per democratico bisogna intendere “ciò che permette la libera scelta alla luce di un diritto”; proprio perchè la fede implica, accanto all’intervento della grazia divina, la cooperazione dell’intelligenza e della volontà umane. Per giungere alla fede, ossia alla conoscenza di Dio - il che è un diritto che Dio stesso ha concesso all’uomo -, è necessario insomma il “libero consenso” intellettuale dell’individuo!
Ma tale consenso che conduce alla conoscenza, non può passare che attraverso l’esclusiva fedeltà alla Chiesa apostolica di Cristo Gesù! Ricorda in proposito il Catechismo: “La fede dei fedeli è la fede della Chiesa ricevuta dagli Apostoli, tesoro di vita che si accresce mentre viene condiviso”.[lxiii] Tutto ciò che è stato insegnato dal Cristo agli Apostoli è stato ritrasmesso da Essi alla Chiesa, che continua a parlare e ad agire “nel Suo nome” affinché “Egli sia conosciuto”! Si pensi ad esempio alla preghiera del Pater Noster: “Quando Gesù confida apertamente ai suoi discepoli il mistero della preghiera del Padre, svela ad essi quale dovrà essere la loro preghiera, e la nostra…La novità…è di ‘chiedere nel suo nome’ (cfr. Gv 14,13). La fede in lui introduce i discepoli nella conoscenza del Padre, perché Gesù è ‘la via, la verità e la vita’ (Gv 14,6)”.[lxiv] Quanta mistificazione dunque nelle ipocrite parole di Zagrebelsky, allorché sminuisce tale stessa preghiera bollandola, con sentimentalismo, come “…il testo dove più facilmente avrebbe potuto annidarsi (sic!) un discorso teologico sulla verità, (ma che) è al contrario (soltanto) una commovente espressione di spirito filiale”![lxv] Continua...


[i] Idem, pg.136.
[ii] Ibidem, sg.
[iii] Cfr. Idem, pg.108.
[iv] Cfr. Idem, pg.147.
[v] Ibidem.
[vi] G.Biffi, Attenti all’Anticristo! L’ammonimento profetico di V.Solov’ev, Piemme, Casale Monferrato 1991.
[vii] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.20.
[viii] Cfr. Idem, pg.47.
[ix] Estanislao Cantero Nùnez, Evoluzione del concetto di democrazia, in Quaderni di Cristianità, anno I, n. 3, 1985.
[x] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.47.
[xi] Idem, pg.21.
[xii] Idem, pg.46.
[xiii] Idem, pg.21.
[xiv] Idem, pg.125 sg.
[xv] Cfr. supra, nota 56.
[xvi] Non possumus: la Chiesa divide la società?, cit.
[xvii] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.170.
[xviii] S.Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q.76, a.I.
[xix] S. Vanni-Rovighi in A. Ales Bello e F. Brezzo (a cura di), Il filo(sofare) di Arianna. Percorsi del pensiero femminile nel Novecento, ed. Mimesis, Milano 2001, pg.55.
[xx] S.Tommaso d’Aquino, ibidem nota 115.
[xxi] Mons. Carlo Caffarra, “Corpore et anima unus”: la rilevanza etica dell’unità sostanziale dell’uomo all’inizio del terzo millennio, Congresso Tomista Internazionale, Roma 24 / 9 / 2003.
[xxii] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.170.
[xxiii] Idem, pg.165.
[xxiv] Ibidem.
[xxv] Idem, pg.166.
[xxvi] Catechismo della C.C., 362.
[xxvii] Idem, 365.
[xxviii] Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 14.
[xxix] Catechismo della C.C., 363.
[xxx] “Corpore et anima unus”, op.cit.
[xxxi] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.166.
[xxxii] Giampaolo Azzoni, L’idea di giustizia tra universale e particolare, Relazione al XXII Congresso Nazionale della Società Italiana di Filosofia Giuridica e Politica, Macerata 2-5 ottobre 2002.
[xxxiii] Cfr. in proposito John Dudley, Dio e contemplazione in Aristotele. Il fondamento metafisico dell’Etica Nicomachea, Vita e Pensiero, Milano 1999.
[xxxiv] Angel Rodriguez Nuno, Diritto positivo, diritto naturale e giustizia oggi, in «Nuntium» VII/19 (2003), pp. 45-50.
[xxxv] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.167.
[xxxvi] Idem, pg.168.
[xxxvii] La contraddittorietà logica ed ontologica di una visione “dualistica” del mondo, di stampo gnostico-manicheo, fu confutata già da S.Agostino con la sua dottrina riguardante la spiegazione dell’esistenza del “male”! Ricordiamo come tale dottrina insegni che il male non può considerarsi né come “essere” (perché in tal caso esso sarebbe positivo) né tanto meno come “non-essere” (perché semplicemente non sarebbe), ma piuttosto come “privazione, assenza di essere”. Pertanto, non essendo un principio che abbia consistenza in sé stesso, il demonio non può nemmeno assumersi quale “creatore” di alcunché, ma solo come sintomo di “degradazione”!
[xxxviii] Leone XIII, Lett. enc. Libertas praestantissimus; Leonis XIII Acta 8, 219. Cfr. Catechismo della C.C., 1954.
[xxxix] S.Tommaso D’Aquino, Summa theologiae, I-II, q.93, a.3, ad 2. Cfr. Catechismo della C.C., 1902.
[xl] Catechismo della C.C., 1955.
[xli] Cfr, per esempio Gaio, Institutiones I, 1.
[xlii] M.Polia, Imperium, Ed. Il Cerchio, Rimini 2001, pg.20.
[xliii] Cicerone, De re publica, 3, 22, 33.
[xliv] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.105 sg.
[xlv] Catechismo della C.C., 1960.
[xlvi] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.55.
[xlvii] Cfr. Rm 13,1-2.
[xlviii] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.54 sg.
[xlix] Idem, pg.85.
[l] Idem, pg.5.
[li] Idem, pg.99.
[lii] Catechismo della C.C., 1920.
[liii] Idem, 1901.
[liv] L’umanità è al bivio, op.cit.
[lv] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.149.
[lvi] Idem, pg.83.
[lvii] Idem, pg.56.
[lviii] Idem, pg.87.
[lix] Catechismo della C.C., 820.
[lx] Cfr. Lo Stato e La Chiesa, op.cit.,pg.57.
[lxi] Idem, pg.58.
[lxii] Catechismo della C.C., 158.
[lxiii] Idem, 949.
[lxiv] Idem, 2614.
[lxv] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.120.

Fede cattolica, laicità e laicismo (adversus G.Zagrebelsky)



Di Cosmo Intini
(Prima Parte)



E’ apparso recentemente in edicola, con il quotidiano La Repubblica, un volumetto dal titolo Lo Stato e La Chiesa:[i] una raccolta di tredici articoli firmati dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, tutti già in precedenza pubblicati singolarmente, nel corso di alcuni anni, ed incentrati sul controverso tema dei rapporti tra laicità e fede cattolica.
La riproposizione assembrata di tali articoli, in maniera segnatamente sincronica con la “Giornata della Famiglia” (12 maggio 2007) e, più in generale, con la discussione politica in atto sulla legge riguardante i cosiddetti “Dico”, ha manifestato una volta di più, con puntuale evidenza, l’usuale intento laicista di inserirsi nel dibattito tra le parti adottando quale univoca strategia la “delegittimazione della gerarchia ecclesiastica”. Che è come dire: ammantare di legittimo diritto di opinione quella che è in realtà un’illegittima (perché mirante a sovvertire l’autorità della Chiesa cattolica) manifestazione di intolleranza anticlericale!
Aver riconosciuto da parte nostra l’opportunità di parlarne non deriva quindi tanto dalla novità (né tanto meno da una seppur minima validità) delle argomentazioni propugnate da Zagrebelsky, quanto piuttosto dal ritrovare in tale pubblicazione de La Repubblica una sintesi pressoché compiuta di tutti i “cavalli di battaglia” su cui il laicismo fonda la sua sempre maggiore aggressività. Consapevoli infatti che l’intimidazione in atto contro il Vaticano celi al suo interno un ben più ampio ed articolato progetto anticattolico (checché ne dica Zagrebelsky), sulla cui consapevole metodicità non vi è oramai più ombra di dubbio e che pertanto non si fa fatica a definire pure “anticristico”, ebbene ringraziamo allora il direttore Ezio Mauro per l’occasione propiziataci con il riunirci, in un comodo unico colpo d’occhio, quanto è necessario confutare in maniera altrettanto consapevolmente metodica!!
D’altra parte, riteniamo pure che tali confutazioni non siano sufficienti ad esaurire la complessità dei punti inerenti a siffatte problematiche, ma che sussista la necessità di ben più larghe riflessioni! Necessità che insorge per noi in maniera ancor più stringente allorquando osserviamo infatti che alcune obiezioni alla Chiesa cattolica - quelle rivolte in special modo alle persone della Sua gerarchia - vengono oramai mosse sempre più frequentemente anche da parecchi degli stessi cattolici laici; e ciò conseguentemente ad alcune prese di posizione o ad alcuni atteggiamenti assunti dalla gerarchia, che a volte viene stimata come “moralmente poco esemplare” se non addirittura, diciamo così, “poco in sintonia con la dottrina stessa”.

Ma vediamo di puntualizzare alcuni fondamenti su cui costruire un discorso!
Vi sono tre motivi che, in vario modo, possono spingere ad opporsi all’Autorità gerarchica sacerdotale, venendo meno per questo a quella “obbedienza della fede” evocata dall’Apostolo delle genti (cfr. Rm 1,5; 16,26): essi sono il dubbio, l’incredulità e la malafede. Un caso a parte è costituito, invece, intanto dai cristiani ortodossi, che in certo qual modo si oppongono solo parzialmente alla gerarchia vaticana - cioè solo per quel che riguarda ad esempio il “primato” del suo primo Vescovo: il Papa -, in nome questa volta di una “interpretazione dottrinale della fede” più che per “disobbedienza”. E poi va citato pure tutto quel tradizionalismo cattolico che, sempre senza rinnegare l’“obbedienza della fede”, ad ogni modo critica fortemente la gerarchia accusandola di “clericalizzazione” o di eccessivo “ecumenismo”. Questi ultimi due casi non costituiranno però, per questa volta, l’oggetto delle nostre riflessioni!
Comunque sia, pur partendo da presupposti chiaramente irriducibili fra loro, tutti quanti giungono paradossalmente a conclusioni simili nella sostanza: il “disaccordo” - più o meno parziale quando non proprio assoluto -, l’“insofferenza” - più o meno blanda quando non proprio rancorosa - con la gerarchia vaticana!
Volendoci dunque soffermare soltanto sui primi tre casi, possiamo dire che alla prima condizione sono da ricondurre tutti coloro che pur riconoscendo, in quanto fedeli battezzati, le “basilari verità di fede” tuttavia giungono ad “ignorarle”, ossia a trascurarle (volontariamente o involontariamente), perché colti dal dubbio ed essendo oltretutto incapaci, appunto per “ignoranza”, di superarlo. Alla seconda, invece, appartengono tutti coloro i quali, misconoscendo le “basilari verità di fede”, si rifiutano di concedere ad esse il proprio assenso. Nella terza, infine, ravvisiamo quanti falsano consapevolmente il significato delle “basilari verità fede”, tentando addirittura di sovvertirne l’essenza e di sostituirle falsificandole con surrogati e pseudotipi.
Se la malafede è già per definizione ciò che è contrario alla “verità”, e se l’incredulità è ciò che è contrario alla “fede”, da parte sua il dubbio è ciò che è contrario alla “fede vera” quand’anche spesso venga accompagnata dalla cosiddetta “buona fede”.[ii] Molti cattolici (o pseudo tali) sono infatti ingenuamente convinti - perché portati ad esserlo dall’“errore” - di possedere la libertà ed il diritto di adattare a sé stessi le “verità di fede”, rimodellandole e accomodandole alle proprie convinzioni, oltre che a proprio piacimento e convenienza. In tutti e tre i casi, ed in maniera analoga, seppur con diverso grado ci troviamo sempre e comunque al cospetto di un servigio reso non a Cristo Gesù, ma piuttosto al Suo nemico! Non ha forse Egli detto: “Chi ascolta voi ascolta me, e chi disprezza voi disprezza me. Chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato” (Lc 10,16)?

Ma quali sono le “basilari verità di fede” a cui abbiamo sin qui alluso? Pur essendo esse note, è evidentemente necessario ed utile ribadirle: repetita juvant!
La prima a rivestire un ruolo fondamentale, nel contesto del discorso che ci siamo qui proposti di effettuare sui rapporti tra fede cattolica, laicità e laicismo, è quella verità secondo cui la S.Chiesa romana e cattolica, la Chiesa di Pietro, detiene un “primato” che ha ricevuto direttamente da Cristo Gesù; e ciò nella persona del Vescovo di Roma, il Sommo Pontefice: Suo Vicario nonché Successore di Pietro (cfr. Mt 16,18-19; Gv 21,15-17).
La seconda verità è che la medesima Chiesa, attraverso l’amministrazione dei sacramenti svolta da parte dei Suoi ministri, è costantemente edificata, animata e santificata dallo Spirito Santo.[iii]
La terza verità è che sempre la stessa Chiesa, in conformità con quanto affermato nel Simbolo niceno-costantinopolitano, è “una, santa, cattolica ed apostolica”: attributi questi che Essa non si concede da sé, ma che Le sono conferiti ancora una volta direttamente da Cristo Gesù e sempre per mezzo dello Spirito Santo.
Da questi tratti essenziali si desume l’“ineluttabilità” per la Chiesa di ritrovarsi costituita quale “unico” spazio in cui la “santità” della comunione con Dio può avvenire “cattolicamente”, ossia “universalmente ed in maniera eguale” per tutti quanti gli uomini (purché aderiscano ad Essa), in forza e virtù della Sua missionarietà “apostolica” che si basa sulla testimonianza e trasmissione del Vangelo. La condicio sine qua non che convalida tali attributi in maniera permanente è l’amministrazione dei sacramenti da parte dei Suoi “ministri” (nonché ovviamente la partecipazione ad essi da parte dei fedeli), con la particolare e fondamentale convergenza nell’Eucaristia!
Un altro aspetto che consegue al sussistere di tali basilari verità di fede (ed il non riconoscerlo, il non adeguarvisi implica la mancanza della fede stessa) consiste nel fatto che la Chiesa non può essere considerata alla stregua di una pura e semplice associazione di persone unite fra loro da comuni obiettivi, da medesimi strumenti e mezzi adatti al loro conseguimento, da affinità comportamentali di ordine morale, intellettuale e pratico. In una parola: solamente una struttura visibile, collocabile indifferentemente fra molte altre!
Per il fedele cattolico è irrinunciabile il cogliere nella Chiesa, accanto ad una realtà “visibile”, anche quella “invisibile e spirituale” imbevuta della vivente presenza cristica! Per maggior precisione, proprio alla luce di tale Sua duplice natura ontologica, peraltro solo apparentemente dicotomica, la Chiesa non va tanto confusa con la “salvezza” in sé stessa, ma piuttosto va considerata come lo spazio necessario, solamente entro il quale la salvezza è realizzabile. “Nel Simbolo…professiamo di credere la Santa Chiesa (Credo Ecclesiam) e non nella Chiesa, per non confondere Dio con le Sue opere e per attribuire chiaramente alla bontà di Dio tutti i doni che Egli ha riversato nella Sua Chiesa”.[iv]
Seppur oppressa nei Suoi membri - compresi i ministri - da tentazioni ed afflizioni e pur abbracciando nel proprio seno dei peccatori, la vita della Chiesa è in effetti quella della grazia: ed è questo ciò che La rende “comunque santa”! Tale verità, alla luce della quale Essa risulta essere “senza peccato, fatta di peccatori”, è pertanto ciò che rende inammissibile qualunque delegittimazione che tenda a rompere la coincidenza tra le suddette due realtà visibile ed invisibile, umana e divina. “O umiltà! O sublimità! Tabernacolo di Cedar, santuario di Dio; abitazione terrena, celeste reggia; dimore di fango, sala regale; corpo di morte, tempio di luce; infine, rifiuto per i superbi, ma sposa di Cristo! Bruna sei, ma bella, o figlia di Gerusalemme: se anche la fatica ed il dolore del lungo esilio ti sfigurano, ti adorna tuttavia la bellezza celeste”.[v]

Agli imprescindibili punti fermi appena ricordati vanno aggiunte ancora due preventive precisazioni terminologiche. Per prima cosa, bisogna dire che con il termine “laici” sono da intendersi inequivocabilmente “tutti i fedeli a esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso riconosciuto dalla Chiesa, i fedeli cioè che, dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti popolo di Dio,…compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano. L’indole secolare è propria e peculiare dei laici”.[vi] La parola “laico”, derivando etimologicamente dal greco “laos”, significa per l’appunto “ciò che è del popolo”. Tanto nella traduzione dei Settanta dell’A.T. quanto nel N.T., con questo termine greco si è sempre inteso indicare, in senso particolare, “i cristiani che non facevano parte del clero, della classe sacerdotale”, ovvero pure, questa volta in senso lato, “coloro che non erano pagani: ossia i fedeli di Cristo”. Del resto, il termine “laico” compare nell’uso cristiano per la prima volta nel 96 d.C. con Clemente Romano, per qualificare appunto il semplice fedele, a differenza del diacono e del presbitero. Tutto ciò basta insomma a far comprendere non solo quanto sia errato l’uso dell’attributo “laico” ponendolo in opposizione o quantomeno in alternativa a “cattolico”, così come oggi avviene invece per prassi diffusa persino tra i cattolici stessi; ma anche quanto il reale significato di tale termine sia stato letteralmente ed in maniera subdola sovvertito, andando sempre più a riferirlo a qualcosa che sia avulso, che prescinda dalla religione cristiana in senso lato! Anche questo fa parte certamente del maligno processo di “degerarchizzazione” che, innescato dalla Riforma protestante e proseguito con la democraticizzazione massonica della società, oggi risulta in piena spinta iconoclastica, ed il cui scopo è sintetizzabile nella massima anticristica: “appropriarsi, sovvertire, sostituirsi”!
Un ulteriore tipico esempio di tutto ciò - grazie a cui ci è permesso peraltro di operare l’annunciata seconda puntualizzazione terminologica - è costituito proprio dal termine “gerarchia”; il quale ha subìto dal ‘500 ad oggi, non senza la solita colpevole responsabilità protestante e massonica, un progressivo processo di secolarizzazione, di modernizzazione, che ha portato a distorcerne il senso vero, proprio ed originale. L’opinione comune pertanto, sempre meno attenta a cogliere le falsificazioni ideologiche metodicamente operate ai danni della Chiesa cattolica - falsificazioni che del resto sono ancora in corso d’opera -, è stata condotta a convincersi della presenza, nel concetto di “gerarchia”, di una sfumatura peggiorativa che l’ha ridotta a sinonimo di dispotismo, totalitarismo, autoritarismo. Si sa bene, invece, che con “gerarchia” (dal gr.“hiera-archeia”) si traduce propriamente “corpo, assemblea, collegio, autorità di chi è a capo delle funzioni sacre”! Il termine, inusitato nell’antichità, fu introdotto in ambito cristiano soltanto nel VI sec. dallo Pseudo-Dionigi l’Areopagita, che lo innestò sul preesistente concetto neoplatonico di “ordine” (taxis). Secondo la definizione operata da tale importante Padre della Chiesa, la “gerarchia ecclesiastica” è insomma una strutturazione che non dipende da una ‘diversità di natura’, ma è piuttosto connessa alle funzioni ‘per il posto, il grado di conoscenza e l’azione che si esercita’. Essa indica oltretutto non già una semplice organizzazione, un insieme di ordini e funzioni solamente obiettivi ed esteriori, ma è manifestazione ‘graduale’ del divino, a sua volta generatrice di conoscenza e santità, un ‘movimento’ divinizzatore caratterizzato soteriologicamente. Lo Pseudo-Dionigi specifica infatti, ripreso in questo anche da S.Tommaso, che “i Vescovi manifestano in modo unico e dottrinale tutto ciò che Dio ha detto, fatto e svelato, ogni detto e azione santa. Infatti il Vescovo imitatore di Dio non solo è illuminato nella scienza vera tramandata da Dio, ma anche le tramanda lui stesso agli altri”.[vii]
La gerarchia non gode quindi di “egemonia” - da cui scaturirebbe l’altrui “subordinazione” - bensì di “preminenza ed eccellenza”.[viii] E su tale medesima linea si pongono del resto coerentemente gli assunti del Catechismo della Chiesa Cattolica, laddove si afferma che tra “gerarchia, laici e stato di vita consacrata” - il cui insieme costituisce la tripartita suddivisione dei fedeli in Cristo – “…in forza della loro rigenerazione in Cristo sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno…C’è nella Chiesa diversità di ministeri, ma unità di missione”.[ix]

Stabilite così queste doverose premesse, diviene allora più semplice evidenziare la pretestuosità delle posizioni laiciste, così come riassunte e al meglio rappresentate dagli articoli di Zagrebelsky!
E’ facile notare innanzitutto quanto l’artata, nonché del tutto impropria e gratuita differenziazione ontologica operata tra “laici e credenti”, che egli dà invece per assiomatica,[x] non tenda ad altro che proprio a delegittimare la Chiesa; con lo scopo, per contro, di legittimare, ossia di far assurgere a norma e quindi a normalità, quanto per la Chiesa dei fedeli in Cristo rappresenta in realtà piuttosto un’“eccezione”: la “mancanza della fede”! In quanto obbediente al tipico modus operandi anticristico il “laicista”, dopo essersi appropriato dell’attributo di “laico”, lo sovverte per usarlo come grimaldello con cui scardinare quello che da sempre si costituisce come il naturale rapporto tra gerarchia e “legittimo laicato”. Zagrebelsky infatti si appella furbescamente alla Gaudium et Spes (II,IV,76) del Concilio Vaticano II ed alla Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede sul tema dell’“impegno e del comportamento dei cattolici nella vita politica” (24/11/2002), proprio per affermare come venga riconosciuta anche dalla Chiesa l’assoluta “autonomia e indipendenza” dello Stato rispetto ad Essa.[xi] Ne deriverebbe pertanto che la gerarchia pecchi di arrogante autoritarismo, oltre che di contraddizione, ogni qual volta intervenga a far valere il peso del proprio giudizio morale sull’articolazione pratica delle scelte politiche dei laici.
Orbene, se è effettivamente vero che la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes riconosca che “…la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo”; è altrettanto vero che essa aggiunga come, per la Chiesa, “…sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo diritto predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime”(II,IV,76). Zagrebelsky, non fosse altro che per mostrare la propria coerenza con l’ideale democratico di cui è fervente assertore, non si azzarda certo a negare alla Chiesa il diritto di intervenire per “ricordare la dottrina ai suoi credenti”.[xii] Eppure, egli cade in contraddizione già quando, dopo aver mostrato risentimento per il fatto che la CEI abbia rivolto ai cattolici l’invito ad astenersi dal partecipare al referendum riguardante la “procreazione medicalmente assistita” (giugno 2005), accusi pertanto la stessa CEI di dubbia “moralità politica”.[xiii] Secondo lui, infatti, quest’invito all’astensione assume una connotazione appunto politica, un’arma attraverso cui viene consumata un’ingerenza illegittima che lede l’autonomia della sfera civile e politica rispetto a quella religiosa ed ecclesiastica. In realtà, ciò di cui egli ipocritamente non tiene conto (tant’è che si guarda sempre bene dal citarlo) è quanto affermato in un altro capitolo dalla medesima Gaudium et Spes, laddove è specificato: “…molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia degli uomini, delle società, delle scienze. Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore…Se invece con l'espressione ‘autonomia delle realtà temporali’ si intende dire che le cose create non dipendono da Dio e che l'uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora a nessuno che creda in Dio sfugge quanto false siano tali opinioni” (I,III,36). Qui si parla insomma di “autonomia politica” da una parte, ma non di “indipendenza morale” dall’altra! Né vi è pertanto “contraddizione” nel comportamento della gerarchia!
In altre parole, Zagrebelsky - e qui siamo al palesarsi del terzo stadio del modus operandi anticristico - pretenderebbe di sostituire i contenuti dei normali rapporti gerarchia-laicato con quelli stabiliti invece dal laicismo, con il pretesto di un’autonomia e di un’indipendenza reciproche che però non corrispondono affatto a quelle pur tuttavia riconosciute dalla Chiesa allo Stato. La perfidia sottile di questo gioco affiora d’altro canto laddove egli arriva a stabilire una preconcetta divisione, una fratturazione dei credenti laici, per la qual cosa (egli suggerisce o auspica?) essi possano essere scindibili in cosiddetti “cattolici clericali e cattolici democratici”!![xiv] Con ciò, insomma, non soltanto risulta perpetrata la totale confusione tra “autonomia ed indipendenza politica” da una parte, e “autonomia ed indipendenza morale” dall’altra, ma viene pure rinforzato il sospetto che tale confusione operata dai laicisti non insorga del tutto inconsapevolmente, in quanto essa pare farsi implicita promotrice del tentativo di “dividere” i cattolici! La suadente affermazione, infatti, secondo cui il credente-clericale sia intellettualmente “immaturo”, mentre il credente-democratico sia intellettualmente “adulto”, contiene la lusinga secondo la quale il maggior merito consiste nel difendere la loro propria dignità “…di soggetti, non di oggetti, come si dice, ‘in re’ ”[xv], dalle ingerenze gerarchiche. A parte la del tutto gratuita impostazione nel distinguere tali due categorie (cattolici lo si è per fede nella realtà spirituale e invisibile della Chiesa, e non solo per appartenenza ideologico-confessionale alla Sua realtà storica e visibile!), non è nemmeno concedibile in alcun modo voler creare un assioma secondo cui il cosiddetto cattolico-democratico sia qualitativamente “più laico” di un cosiddetto cattolico-clericale. E’ il Magistero stesso che insegna l’unitarietà e l’integralità della coscienza e della morale dei fedeli laici:”…non possono esserci due vite parallele: da una parte la vita cosiddetta ‘spirituale’…e dall’altra la vita cosiddetta ‘secolare’…Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto…sono occasioni provvidenziali per un ‘continuo esercizio della fede, della speranza e della carità’ ”.[xvi]
Ma il tentativo di “dividere” non si limita a venir effettuato nei confronti solo dei rapporti interlaicali! Zagrebelsky, difatti, intanto comincia con il tessere i laicistici elogi della spinta “modernista” che gli pare di poter scorgere nella “grande riflessione del Concilio Vaticano II che tanta speranza aveva suscitato”:[xvii] quel Concilio che ha riconosciuto ai laici appunto la “dignità di soggetti”[xviii] ed era stato “salutato come un segno provvidenziale che riconduceva la Chiesa alla sua funzione evangelizzatrice e l’alleggeriva delle compromissioni col potere politico che, per non dire di più, l’hanno appesantita e intorpidita nel corso di duemila anni della sua storia”.[xix] Dopodichè, lasciando intendere più o meno esplicitamente la delusione per la presunta “dimenticanza” in cui sarebbero caduti oggi i “buoni propositi conciliari” della Chiesa,[xx] egli, nel corso di un incontro recentemente tenuto a Torino sul tema “Non possumus: la Chiesa divide la società?”, così tiene a precisare: “…quando si parla di Chiesa, purtroppo, si semplifica troppo. La Chiesa è per fortuna fatta di tante cose,…(e proprio per questo) io mi permetterei di chiedere al mondo cattolico che in queste posizioni (ossia, quelle più radicali della Chiesa, N.d.A.) non si riconosce, di non tacere e di venire fuori con una voce più chiara ”.[xxi]
Mentre incidentalmente non possiamo non notare quanto quest’accusa di “difetto di modernismo” vada curiosamente in senso diametralmente opposto a quella contemporaneamente formulata invece da certi “tradizionalismi”, i cui fautori tacciano al contrario la gerarchia postconciliare di “eccessivo modernismo”, vogliamo piuttosto rimarcare quale logica si delinei in definitiva nelle parole di Zagrebelsky: un chiaro invito rivolto ai cattolici laici a disobbedire all’autorità della propria gerarchia! D’altro canto, tale invito ricompare anche altrove, e nemmeno più tanto velato; laddove egli afferma ad esempio esplicitamente che “le libertà provengono piuttosto dalla contestazione dell’autorità della Chiesa”![xxii] O dove ironizza, sminuendo l’odierna concezione laica dei cattolici col definirla una “…nota nostalgica per un’epoca forte e sana in cui i vincoli morali di appartenenza e obbedienza…erano dati a priori”.[xxiii] In ogni caso, con un’ennesima forzosa parificazione di cittadini-laici e cittadini-laicisti, auspica che “…ci sono questioni sulle quali anche da parte dello Stato democratico dovrebbero essere detti dei ‘non possumus’. Ci sono principi irrinunciabili di laicità e democraticità delle istituzioni che sono non negoziabili”.[xxiv] E poi sarebbero i “non possumus” della Chiesa a voler sovversivamente “dividere” la società, istigando i cristiani alla “disobbedienza civile”!![xxv]
E’ quasi pleonastico ricordare che aspirare alla “divisione” è un sintomo di carattere “maligno” (il verbo greco “dia-ballo”, che traduce “disunire, metter male tra due, calunniare, screditare, rendere odioso”, è proprio quello da cui deriva il sostantivo “diabolus”): ancor più, poi, quando la “divisione” subdolamente aspiri alla “mutilazione” del Corpo mistico del Cristo, facendo addirittura leva, in maniera blasfema, sulla Sacra Scrittura! Citando infatti la parabola del “giovane ricco” e poi l’episodio delle “tentazioni di Gesù nel deserto”, Zagrebelsky insinua che “lo spirito evangelico dell’uguale dignità dei figli di Dio” possa dar adito a legittime aspirazioni di rivolta all’autorità da lui definita “autocratica” della gerarchia. Secondo lui, la verità è che “…il Cristo non obbliga nessuno…Nessuna sanzione colpisce chi rifiuta la chiamata, se non un poco di tristezza (Mt 19,23; Mc 10,22; Lc 18,23). La conversione è, per antonomasia, l’atto di libertà della coscienza…Nella grande tentazione satanica del deserto (Mt 4,1-11; Lc 4,1-13), egli (Gesù) rifiuta la coercizione delle coscienze: rifiuta il comando che costringe, il miracolo che seduce, i beni materiali che corrompono” .[xxvi] A tutto ciò è giusto rispondere che è certamente vero che l’uomo gode di quella libertà donatagli da Dio, denominata facoltà del “libero arbitrio”! Tuttavia l’avvertimento di Cristo Gesù è chiaro:”Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo” (Mt 4,10; Lc 4,8). Il che significa che diventa il proprio “signore” colui al quale si sceglie “liberamente” di obbedire: se non si obbedisce alla Chiesa del Signore, si diviene automaticamente servitori del “principe di questo mondo”! Ed oltretutto, infatti, “nessun uomo può servire a due padroni…Non potete servire a Dio ed a mammona” (Lc 16,13).
La Chiesa non obbliga nessuno: ma non può nemmeno acconsentire a chi voglia obbligare Lei. E’ del tutto calunnioso ed in malafede accusarLa di rimaner vittima delle medesime suddette tentazioni sataniche,[xxvii] quando non addirittura costituire proprio Lei “una bestemmia dal punto di vista del messaggio di Gesù di Nazareth”,[xxviii] ogniqualvolta Essa mostri di rimanere coerente con la propria identità cattolico-apostolica - da Zagrebelsky confusa con qualcosa che ama denominare “religione civile” -, e che oltretutto Essa inviti ad aderire a tale Sua “identità”. Soprattutto, poi, perché Zagrebelsky mostra di essere consapevole del fatto che “…il Cristianesimo non è solo istituzione mondana”.[xxix] Eppure l’errore nasce dal fatto che egli “separa, divide” (una volta di più!) la realtà invisibile della Chiesa da quella visibile: “…la riduzione dell’uno (Cristianesimo) all’altra (istituzione mondana) ucciderebbe lo spirito cristiano, espressione della parola divina trascendente ogni concretizzazione storica. Lo spirito cristiano non è una cultura dominante, una scala di valori temporali definita o una forma politico-culturale realizzata. Addirittura non può nemmeno mai identificarsi pienamente con un’organizzazione confessionale, una chiesa o una ‘comunuione di santi’ storicamente determinate. Sarebbe comunque riduzione mondana, culturale, etica, politica o chiesastica, nella quale il finito pretenderebbe di costringere l’infinito. Una tale riduzione ucciderebbe la speranza nello spirito e la Chiesa…Il Cristianesimo è ‘spada che divide’ il mondo (Mt 10,34-35; Lc 12,51-53); è ‘dal mondo’ ma non ‘del mondo’ (Gv 15,19). Il Cristianesimo come ‘religione civile’ sarebbe una confusione letteralmente anti-cristiana. Il messaggio di Gesù Cristo diventerebbe un’ideologia come un’altra, un collante sociale ambiguo e mellifluo, al servizio di ordinamenti costituiti”.[xxx]

Qui si apre insomma tutta una riflessione sul concetto di “identità”, sul suo reale significato e sulle sue dirette implicazioni con i concetti di “libertà” e di “verità”!
Intanto va subito smontata l’apparente contraddizione che sussisterebbe con quanto detto poc’anzi a proposito della “diabolicità di ciò che divide”. Riferendosi infatti al Cristo “venuto sulla terra a dividere”, i verbi greci usati da Mt (10,35) e da Lc (12,51-53) per designare tale Sua azione sono rispettivamente “dichazo” e “diamerizo”. In maniera concettualmente analoga il primo traduce “dividere in parti, spartire, distribuire”, mentre il secondo traduce “dividere in due metà”. In altre parole - al di là del senso più immediato alluso nei passi evangelici citati, secondo cui la sequela di Cristo Gesù comporta la rinuncia a questo mondo - il salvifico messaggio evangelico non “divide”, ma più propriamente “distingue”: distingue tra la Verità e l’errore, tra il Bene ed il male, tra l’amore e l’odio. In base a tale constatazione è del tutto errato quindi considerare il cristianesimo, o per meglio dire quanto di “infinito” è insito nel messaggio di Cristo, in alterità o addirittura in opposizione con quanto di “finito” è proprio dell’Istituto storico della Chiesa. In realtà entrambi, messaggio di Cristo ed Istituto storico della Chiesa, si costituiscono come “due metà”, fra loro compenetrate, di una medesima realtà! E ciò per il medesimo “mistero” che è alla base del fatto che “Dio si è fatto uomo”! Altra cosa è in definitiva l’azione del “diaballein”, che è quanto vorrebbe proporre invece Zagrebelsky - e che tanto gli piacerebbe fosse vero - allorché afferma essere la Chiesa soggetta ad una “dualità”, rinnegando la cui evidenza Essa compirebbe un “peccato contro lo spirito”!![xxxi]
Cosa si riduce ad essere dunque, per il laicista, l’“identità” cristiana?
Come dicevamo, il subdolo tentativo insito nella pretesa di scindere il messaggio di Cristo Gesù dalla realtà storica della Sua Chiesa, tenta in ultima analisi di insidiare la stessa verità secondo la quale “Dio si è fatto uomo ed è sceso nella storia”. Ora, il Magistero insegna come niente sia più anticattolico del concetto per cui “si deve negare ogni azione di Dio sugli uomini e sul mondo”;[xxxii] e pertanto la “storia” non può essere concepita come un qualcosa di assolutamente “indipendente” da Dio. Tuttavia, per cautelarsi da una possibile caduta in fallaci posizioni di tipo “immanentistico, panteistico” o tanto meno “naturalistico, razionalistico”, la lettura di fede più opportuna afferma che certamente “Dio trascende il mondo e la storia”[xxxiii], ma che ad ogni modo Egli è pure “Signore del mondo e della storia”,[xxxiv] e che attraverso la concreta ed immediata sollecitudine della divina Provvidenza Egli “…si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia…(esercitando) la sovranità assoluta sul corso degli avvenimenti”:[xxxv] persino l’azione malvagia di satana è in certo qual modo “permessa” dalla divina Provvidenza, la quale “…guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma ‘noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio’ (Rm 8,28)”.[xxxvi]
La storia del mondo come “esplicazione” del progetto di Dio, che è ciò che pone al suo culmine l’“Incarnazione del Verbo” cronologicamente centrata tra i due estremi costituiti da “Creazione e Parusia”, alla luce della fede non può pertanto considerarsi alienabile dall’identità stessa dei cristiani: pretenderlo da essi è volerli forzare a rinnegarsi! Eppure è proprio questa la pretesa laicista allorché contesta l’identità cristiana dell’Europa; insinuando per di più che la gerarchia, attraverso il forzoso comune riconoscimento di tale concetto, si proponga in realtà di incoraggiare velleità di nazionalismo etico,[xxxvii] o addirittura pensi ad un “…Cristianesimo come religione civile, come strumento di governo”![xxxviii]
Il fatto che l’Europa abbia “tralignato” sempre più dalle proprie radici, non significa certo che tali stesse radici non rimangano ancora e sempre, nonostante tutto, quelle sue proprie! Zagrebelsky non può infatti negare che ancora oggi la peculiarità dell’identità europea debba riconoscersi come proveniente sia dal concetto “sociale e politico” della polis del mondo greco, sia dal concetto “giuridico” del mondo romano, sia, finalmente, dal concetto concernente i “rapporti fra persona e realtà”, stabiliti nel corso dei mille anni dell’era medievale sulla base del fondamento metafisico della persona stessa e quindi della sua unicità e della sua libertà, che proprio il Cristianesimo ha definito nella “Dottrina sociale” quale riepilogativa elaborazione di un “distillato” di valori, tratti dalle originali intuizioni della civiltà appunto greco-latina! E’ pertanto assolutamente falso quello che Zagrebelsky afferma quando vorrebbe pretendere che, “se volessimo cercare una radice della cultura europea alla quale tenerci stretti, la troveremmo probabilmente non nel Cristianesimo come tale,…ma nella sua dualità rispetto all’autorità civile”.[xxxix] Ciò è falso e tendenzioso, insomma, non solo perché dimostra di volutamente ignorare il carattere sacrale palesemente posseduto dal Sacro Romano Impero e dalla regalità cristiano-medievale in genere, ma anche in quanto costituisce ancora una volta il tentativo di insinuare la sussistenza di una “fratturazione”, di un antagonismo, di un “dualismo” piuttosto che di una “complementarietà”!
Nel momento in cui poi Zagrebelsky si domanda retoricamente “…se l’identità sia un fatto oppure…un’elezione”,[xl] ed eccepisce ironicamente che,”…come se non potesse essere altrimenti, la si assume come fatto o, meglio, insieme di fatti, cioè storia”, ebbene egli dimentica che l’“identità” non è solamente, come lui dice, “un modo per dire ‘carattere essenziale’ ”[xli]. L’“identità”, a meno di limitarne clamorosamente la completezza dei precipui significati, comporta infatti, anche e soprattutto, l’“uguaglianza completa ed assoluta”; essendo essa il “principio logico in base al quale ogni concetto risulta essere identico a sé stesso”! Di modo che, quando egli afferma che “…per la tradizione moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si rovescia”,[xlii] e che pertanto “…tutto può sempre essere rimesso in discussione”,[xliii] ebbene egli non pone tanto un’obiezione al riconoscimento di un’identità cristiana dell’Europa, ma, facendo “di tutte le erbe un fascio”, piuttosto prospetta come auspicabile l’annichilimento di un qualsiasi vero “senso di identità”, di qualunque legittimo “saldo punto di riferimento” posto - una volta per tutte, uguale per sempre - quale base ontologica di una qualsivoglia personale “identità”! E con questa rinuncia alla facoltà ed alla capacità di “identificarsi”, cioè alla prerogativa di “poter riconoscersi e farsi riconoscere”, egli si fa il più efficace cooperatore di quelle ideologie globalizzanti che sovvertono il senso dell’“identità” così come la si è sin qui delineata, portandola a degradarsi da proficua “uguaglianza nelle personali, comuni specificità” a perverso “appiattimento nelle spersonalizzate, private varietà”!

Ebbene, risulta chiara a questo punto la possibilità di porre tutto ciò in relazione anche con il concetto di “libertà”!
Zagrebelsky male interpreta quella che, prima ancora che essere una legittima vocazione, è l’ovvia e naturale “disposizione di identità” della Chiesa a svolgere il proprio intrinseco compito cattolico-apostolico: e ciò non solo verso il laico, ma appunto pure verso il laicista e chiunque altro, in quanto parimenti esseri umani e, pertanto, parimenti dotati della naturale dignità ontologica che li qualifica come “persona”! Egli afferma infatti che la democrazia, “orgoglio dell’Occidente”, la quale rappresenta per lui la più ovvia ed alta garanzia di libertà, “…è inconciliabile con la pretesa di una parte, quale che essa sia, di possedere la verità e di imporla a chi non vi si riconosce. Questa pretesa sarebbe non democrazia ma autocrazia”.[xliv] Ed inoltre, pur “concedendo” il suo democratico riconoscimento al diritto-dovere della Chiesa di pronunciarsi su materie rientranti nella giurisdizione dello Stato per enunciare i pertinenti principi cristiani, tuttavia tiene a precisare che “…queste pronunce sono destinate alla coscienza dei credenti e, in genere, a coloro che liberamente riconoscono alla Chiesa un’autorità morale”.[xlv] Qui comincia insomma a delinearsi tutta l’ambiguità di un discorso sul concetto di “libertà” che non procede introducendo però, di pari passo, i diretti riferimenti al concetto di “verità” cui esso inevitabilmente dà luogo!
Rimandando al prosieguo una riflessione più diretta su quale sia il rapporto Chiesa-democrazia, qui non possiamo tuttavia tacere almeno la contraddittorietà e la presunzione dell’ideologia laicistico-democraticistica che, mentre da una parte nega l’assolutezza di una qualunque verità retrocedendola “…in un campo che, per sua natura, non è quello delle certezze assolute e necessarie, ma quello delle possibilità…Nessuno può pretendere di possedere la verità. Anzi, l’idea stessa di verità non ha luogo”,[xlvi] d’altro canto è proprio essa che impone assiomaticamente, “totalitaristicamente”, quello che è il proprio modo di vedere, costituendosi quale unico, lecito, più opportuno “regime”: il “…regime delle possibilità sempre aperte”,[xlvii] il “…regime in prima persona, non per interposta persona”,[xlviii] il “…regime delle possibilità da esplorare”[xlix]; un “regime” peraltro fondamentalisticamente considerato “…un modo d’essere irrinunciabile…un insieme di istituzioni necessarie”.[l] E peraltro ciò implica pure la denuncia di tutto quello che a tale “regime” intenda eccepire: “…Non dunque la fede come tale, ma la servitù al dogma religioso, che della fede è la degenerazione, crea problemi per la democrazia”.[li] A tal proposito, è stato felicemente osservato che “…qui siamo nell’assurdo o nel giochetto dei Quattro cantoni per dire ‘Io ho comunque ragione (ho la verità della verità che non esiste) e tu hai torto perché affermi che la verità che hai esiste, mentre deve solo esistere la verità che non esiste verità’ ”.[lii] E del resto è lo stesso Zagrebelsky ad affermare: “La democrazia implica la rivedibilità di ogni decisione (sempre esclusa quella sulla democrazia stessa)”![liii] Se questo non è “totalitarismo”!!
In effetti siamo nuovamente al cospetto di un tentativo di fomentare una “ribellione” alla gerarchia, instillando surrettiziamente nei laici la suadente e menzognera convinzione della liceità di una “fede” che possa essere contemporaneamente “incertezza, dubbio”: senza peraltro curarsi della contraddizione in termini a cui questo anomalo connubio “fede-dubbio” darebbe luogo! Dice infatti Zagrebelsky, convincendoci peraltro definitivamente del senso non solo “giuridico”, ma altresì chiaramente “politico” con cui egli intende quel “regime” a cui ha in precedenza reiteratamente alluso: “Di una democrazia come regno (sic!) delle possibilità, il dubbio è la forza efficiente…E qui occorre sfatare il luogo comune. Il dubbio non è condizione esistenziale esclusiva del laico (= laicista, N.D.A.). Chi ha detto che il laico viva di soli dubbi e il credente di sole certezze?”.[liv] Quello a cui Zagrebelsky sta realmente puntando si mostra qui, insomma, ancor più allo scoperto: se la “libertà” è “…non assoggettarsi ciecamente al dogma ecclesiastico”[lv] (primo errore: il dogma non è primariamente ecclesiastico, ma è verità contenuta nella rivelazione divina che il Magistero ecclesiastico semmai riceve e ritrasmette),[lvi] e se, anzi, “…il dubbio è la condizione esistenziale (anche) di chi vive nella fede”[lvii] (secondo errore: il dubbio, sia volontario che involontario, è un peccato contro la fede),[lviii] ebbene, si concluderà logicamente (ma forse è meglio dire “ereticamente”) che esiste una “fede libera” grazie a cui si potrebbe anche non accogliere la “Verità” di Cristo Gesù come certezza (terzo errore, al di là dell’eresia prospettata: la fede non è “libera”, ma è “assenso libero” a tutta la Verità che Dio ha rivelato)!![lix]
Questa anticristica posizione laicista, del resto, al laico non viene solamente proposta, ma viene anche pretesa da lui in nome di una presunta maggior “ortodossa” cristianità! Zagrebelsky cita infatti il Salmo (61,12)[lx] in cui si dice: “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite”, per sostenere abbastanza forzatamente la sua affermazione secondo cui possa sussistere una fede basata sul dubbio.[lxi] Per la qual cosa, “…la pretesa dell’uomo, quale sia il posto occupato nella società dei credenti, di ostentare una verità, sostituendo la propria unica parola a quella duplice sussurrata da Dio, può apparire persino blasfema; e l’obbedienza passiva che a essa viene prestata, addirittura idolatra”.[lxii] E a definitivo sostegno di tale autentico sovvertimento di significato e di valore delle parole pure e semplici - ad un certo punto invoca, per esempio, un’inverosimile “coincidenza degli opposti” sussistente tra “dogma e schepsi”[lxiii] -, giunge in conclusione a citare, e qui sì con evidente blasfemia, l’episodio evangelico del dialogo tra Gesù e Pilato (Gv 18,37-38) per assoggettarlo alle proprie posizioni anticristiche ed antiecclesiali: “Come insuperabilmente ha mostrato il giurista e filosofo politico Hans Kelsen, nel commentare il dialogo tra Gesù e Pilato sulla verità…il dogma, piuttosto, è il fondamento dell’autocrazia, mentre la pluralità dei dogmi non è immaginabile che come premessa dell’autocrazia”.[lxiv]
Andiamo per ordine! Innanzitutto è solo la “diabolicità” (=dia-ballo) a voler pretendere di ridurre artatamente la parola di Dio a “duplicità”, addebitandole una caratteristica che è piuttosto propria della “doppiezza” del nemico di Dio! Il passo del Salmo citato, preso nella sua completezza, infatti così prosegue: “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: il potere appartiene a Dio, tua, Signore, è la grazia; secondo le sue opere tu ripaghi ogni uomo” (61,12-13). Il tema del Salmo, guarda caso, è proprio la “fiducia” e quindi la “fede” in Dio; e i versi in questione, che si pongono proprio alla conclusione di esso, sottolineano i principi che, lungo la storia di Antico e Nuovo Testamento, hanno guidato i comportamenti di Dio: la potenza e l’amore, cioè a dire la giustizia e la misericordia! Il concetto esposto (ripreso poi peraltro anche da Mt 16,27) è insomma quello del giudizio divino che sarà perentoriamente informato a quanta maggiore o quanta minore “fede” la persona umana avrà avuto in Dio! Non scorgiamo pertanto alcuna traccia di quel “duplice” senso sotto il quale l’uomo, come è nelle intenzioni di Zagrebelsky, possa permettersi di “relativizzare” la Parola di Dio. “Giustizia e Misericordia, Potere e Grazia”, non sono altro che le due facce di una sola e medesima medaglia! Altro che “dubbi”, altro che “…(ascoltare) nell’esperienza della vita la parola di Dio, col tremore di chi teme di non udirla o, avendola udita, col timore di fraintenderne il significato, sapendo comunque misurare l’incommensurabilità della fonte”.[lxv] L’incarnazione del Verbo, del Logos, che è la Parola (scritto con la maiuscola) di Dio, ha già offerto all’uomo la risposta inequivocabile a riguardo di quale sia la “Verità”! Come ponte tra il “commensurabile” e l’“eternità” (più che “incommensurabilità”, non essendo qui questione di grandezze quantitative) il Padre ha posto il Figlio, che è “Via, Verità e Vita” (Gv 14,6)! E allora: quale alternativa è mai proponibile a ciò che si porge a noi già come assolutezza? Chi o che cosa sia la “Verità” non lo dice Pilato o la turba invocante il “crucifige”; né tanto meno lo stabilisce Zagrebelsky o Hans Kelsen: ma lo afferma Gesù stesso, con il Suo “soltanto apparente” silenzio! Né poteva essere altrimenti!
Nonostante quanto affermato dal costituzionalista, poi, la sua posizione non coincide nemmeno con quella di Kelsen! Ma a che gioco vuol dunque giocare Zagrebelsky?
Osserva infatti S.E. il cardinale Juliàn Herranz, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi: “Non a caso il massimo esponente del positivismo giuridico, Hans Kelsen, commentando la domanda evangelica di Pilato a Gesù: ‘Cos'è la verità?’ (Gv 18, 38), scriveva che in realtà questa domanda del pragmatico uomo politico conteneva in sé stessa la risposta: la verità è irraggiungibile, perciò Pilato, senza attendere la risposta di Gesù si rivolse alla folla e domanda: ‘Volete che liberi il re dei giudei?’. Agendo così - conclude Kelsen - Pilato si comporta da perfetto democratico: affida cioè il problema di stabilire il vero e il giusto all'opinione della maggioranza, benché egli fosse convinto della completa innocenza del Nazareno”.[lxvi]
D’altro canto, Massimo Adinolfi fa invece notare che: “Nel suo ‘Il crucifige e la democrazia’, Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, riprendeva pagine famose di Hans Kelsen, che vale la pena ricordare. C’è Gesù, e c’è Pilato, procuratore romano della Giudea, che lo interroga. Pilato è un relativista scettico abbastanza annoiato, ma anche abbastanza gentile da lasciarsi istruire da Gesù: ‘Quid est veritas?’, gli chiede perciò. Purtroppo Gesù non gli risponde chiaro e tondo. Anzi, non gli risponde affatto. E Pilato, in mancanza della verità, ricorre ad una procedura formalmente democratica: rimette la decisione al voto popolare. Lascia cioè che sia il popolo a decidere quale detenuto rimettere in libertà, com’era usanza, secondo Marco, nei giorni della Pasqua. A quel che dicono i Vangeli, il popolo scelse per acclamazione: ‘Barabba! Barabba!’. Gesù fu così messo a morte. E Kelsen chiosa: questo grido popolare è un forte argomento contro la democrazia. Ma a una condizione: di essere così sicuri della verità da essere pronti a imporla contro il parere popolare. In verità Kelsen scrive: a condizione di essere così sicuri della verità ‘come lo era, della sua, il Figlio di Dio’. Ma quanto Gesù ne fosse sicuro – o quanto pensasse, pur essendone sicuro, che fosse buona cosa imporre la verità – è assai difficile dire, visto che rimase in silenzio. Non entro in dispute esegetiche o teologiche e non dubito che il silenzio di Gesù si ritrovi perfettamente nel modo in cui la Chiesa interpreta ancora oggi il dovere di dire la verità alle pilatesche autorità del nostro tempo. Ma la chiosa di Zagrebelsky al passo evangelico è appunto questa: il vero amico della democrazia non è Pilato, come riteneva Kelsen, ma proprio Gesù. Pilato è solo un opportunista che si appella demagogicamente al popolo, anzi alla folla, per rimanere in sella senza troppe grane. È uno scettico, non crede a nulla e quindi nemmeno nella democrazia, ma sa come servirsene. Gesù ha invece una verità assoluta, ma accetta di tacere per far posto alla parola dell’altro e rendere possibile il dialogo. Gesù dimostra così che fede e democrazia sono compatibili. Che in democrazia non ci sia posto per verità assolute, non significa infatti rinunciare alla propria personale verità, ma essere disponibile a proporla in uno spazio pubblico di civile e reciproco confronto, senza violenza o sopraffazione. Su questi temi Zagrebelsky è tornato nell’incontro organizzato da Libertà e Giustizia all’Unione culturale di Torino (ne ha riferito l’Unità del 21 marzo). Nell’occasione, Zagrebelsky s’è spiegato così: un conto è non credere a nulla, come Pilato, un altro è dare spazio alle credenze di tutti. La democrazia ‘non chiede a nessuno [tantomeno a Gesù] di rinunciare alle proprie convinzioni. Ma partendo da queste, richiede che nel dibattito pubblico i dogmi non vengano fatti valere come tali perché altrimenti le regole della democrazia si inceppano’. Un conto insomma è essere relativista, un altro è che relativiste siano le istituzioni. Per le istituzioni, essere relativiste è un pregio, non un difetto. Col suo silenzio, le accettò persino il Figlio di Dio”.[lxvii]
Dunque, non solo si “tira per capelli” Pilato, procuratore dell’Impero Romano, rendendolo dotato di tanto illegittime - visto il suo incarico - quanto anacronistiche sensibilità democratiche, ma ancor peggio si osa degradare Gesù da Re dei Re a “presidente del consiglio”; e la Sua affermazione “Io sono la Via, Verità e Vita” liquidata quale l’equivalente di un qualunque “programma di governo”! Sbaglia Kelsen affermando che “la verità è irraggiungibile”; sbaglia Adinolfi perché crede che Gesù, con il proprio silenzio, non dia alcuna risposta, ma soprattutto sbaglia nel proferire la bestemmia secondo cui è legittimo dubitare che Gesù non fosse affatto sicuro di incarnare Lui stesso la “Verità”; sbaglia infine Zagrebelsky ritenendo il silenzio (apparente) di Gesù quale Sua apertura al contraddittorio democratico, al relativistico dibattito tra opinionisti!
Colui che invece non sbaglia è S.Agostino! Ricolmo di Spirito, fu lui infatti a “comprendere” che, alla domanda di Pilato “Quid est veritas?” (“Cosa è la verità?”), Gesù non rispose perché la risposta era già implicita nella domanda sottoforma di anagramma: “Est vir qui adest!” (“E’ l’uomo qui presente!). Nell’episodio evangelico in questione assistiamo ad un vero e proprio climax: alle tre domande che Gli pone Pilato, Cristo non dà mai risposte dirette, ma lascia progressivamente intendere che esse siano già comunque contenute nelle parole del procuratore romano! In una sorta di divina “coincidentia oppositorum” – e questa volta lo è per davvero - la domanda è insomma già latrice della risposta; fino al punto che la semplice, limitata e partigiana “parola umana” lascia il posto al silenzio, affinché possa in esso risuonare direttamente l’assoluta, eterna ed universale “Parola di Dio”, nei Suoi modi e secondo le Sue intenzioni. Quale abisso separa questa manifestazione di assoluta Verità, dalla grottesca riduzione di quel “presunto silenzio” ad accettazione di “relativismo”! E’ vero: Gesù non pensa di “imporre” la Verità; ma è per lasciare all’uomo la “libertà” di scegliere tra la “Verità” e l’“errore”. Tace non certamente perché si sottopone al “dialogo”, all’“opinione”, alla “messa in discussione”; ma semplicemente perché Egli ha già detto tutto, ed a quel punto non Gli resta altro che affrontare l’estremo sacrificio redentivo del Calvario! Nulla risponde a Pilato perché lascia ormai a noi la scelta se “rispondere o meno alla Sua chiamata”!
Questa “libertà di scelta”, peraltro, non è ancora la “piena libertà”, ma ne è solamente il presupposto. Come insegna il Magistero “non esiste autentica libertà senza la verità”: “Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono”.[lxviii] E’ solo il coniugarsi con Cristo-Verità ciò che dà senso alla propria libertà di scelta; tale “comunione” con Cristo è ciò che la giustifica (= la rende “giusta e legittima”) e perciò la nobilita: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32)! “Queste parole racchiudono una fondamentale esigenza ed insieme un ammonimento: l’esigenza di un rapporto onesto nei riguardi della verità, come condizione di autentica libertà; e l’ammonimento, altresì, perché sia evitata qualsiasi libertà apparente, ogni libertà superficiale ed unilaterale, ogni verità che non penetri tutta la verità sull’uomo e sul mondo. Anche oggi, dopo duemila anni, il Cristo appare a noi come Colui che porta all’uomo la libertà basata sulla verità, come Colui che libera l’uomo da ciò che limita, menoma o quasi spezza alle radici stesse, nell’anima dell’uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza, questa libertà”.[lxix]
Alla luce di ciò, risulta quindi lampante quanto sia pretestuosa la laicistica accusa, così formulata da Zagrebelsky, di una Chiesa assolutista ed autoritaria in materia di “verità”: “…il relativismo è malattia terminale della nostra società: così dice la Chiesa cattolica, forte della sua verità e della sua autorità. Verità e autorità sono ovviamente incompatibili con dialogo e libertà. Relativisti e assolutisti possono solo combattersi”.[lxx] Ed oltretutto si può cogliere una volta di più il sovvertimento anticristico perseguito dal laicismo che consapevolmente “confonde”, per poi rigirare a proprio vantaggio, il carattere spirituale della “libertà Cristica”, riducendola propriamente a puro e semplice “libertinismo umano”! Tant’è che si taccia di “privilegio particolaristico” quella che è la cattolicità, l’universalità della libertà proveniente da Gesù: “…la…libertà…da privilegio di pochi si trasforma in diritto di tutti, generando così uguaglianza. E dall’uguaglianza, democrazia”.[lxxi]

Questo tentativo di ridurre a livello esclusivamente “umano, concreto, materiale” la componente eminentemente “spirituale” della Chiesa, tentativo nel quale si cela il chiaro scopo di giungere alla completa Sua delegittimazione e, conseguentemente, alla Sua distruzione, traspare altresì nell’uso improprio del concetto di “carità” portato avanti da Zagrebelsky! Egli così la definisce: “La differenza tra etica della carità ed etica della verità è irriducibile e capitale. La carità è un concreto rapporto di dedizione che coinvolge e si esprime in concreti atteggiamenti, azioni e rapporti di compassione (nel senso proprio di passione in comune). La verità è un insieme di proposizioni dottrinali che si esprime in codici di credenze e comportamenti astratti…La carità è vissuta; la verità, conosciuta. La carità agisce dall’interno delle coscienze; la verità, dall’esterno”.[lxxii] Proseguendo su questa semplicistica falsariga Zagrebelsky, con vera e propria malizia, tira ancora una volta in ballo Cristo Gesù; ma non per esaltarLo, bensì solamente per affermare quanto la propria concezione della carità sia più aderente, in confronto a quello della Chiesa cattolica, al carattere originale che Cristo stesso ha impresso con i propri atteggiamenti al concetto di “carità”: “L’etica cristiana è etica della carità o della verità? Per Gesù di Nazareth, non c’è dubbio, la carità predomina. La sua predicazione è l’amore concreto. Non risulta che egli (scritto minuscolo, N.d.A.) abbia mai parlato dell’umanità, né che, in campo etico, abbia mai fatto uso di verità generali e astratte. Il suo atteggiamento è tutto compreso nel volgersi ai tormenti da malattie e dolori…Le sue parabole parlano tutte di esseri umani, in carne e ossa,, con i quali si è in rapporto…In effetti Gesù parla bensì talora di verità. Ma questa verità…non è un corpo di dottrine teologiche, filosofiche o sociali. E’ il Cristo stesso…, si è nella verità quando si aderisce fedelmente a lui, perché la verità, in senso evangelico, è la vita secondo il Cristo veritiero, è imitatio Christi…E la Chiesa cattolica?…La fedeltà della Chiesa e della sua azione all’annuncio del fondatore non può sottrarsi a questa verifica”.[lxxiii]
Tali ben congegnati ragionamenti sono in realtà viziati da un disinvolto abuso terminologico e logico, tramite il quale si nega in realtà, già alla base, il senso precipuo affidato da Gesù alla “carità” (e, in sintonia con Lui, anche dalla Sua Chiesa)! La “carità” è notoriamente infatti una delle tre virtù teologali: anzi è “di tutte la più grande”, ricorda S.Paolo (cfr. 1 Cor 13,13). Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, “la carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per sé stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio”.[lxxiv] In maniera tra loro conforme, tutte e tre le virtù teologali si riferiscono insomma direttamente a Dio; ossia dispongono l’uomo a vivere più idoneamente in relazione con la Santissima Trinità: “Hanno come origine, causa ed oggetto Dio Uno e Trino”.[lxxv] La “carità” (dal gr. charis), non va insomma confusa né con la pura e semplice “compassione o benevolenza”, né tanto meno con la “filantropia o beneficenza”, ma è primariamente “amore per Dio in quanto Verità suprema”: solo come conseguenza di ciò è anche “amore per ogni Sua creatura”. Gesù è chiarissimo su questo: basterebbe soltanto ricordare il passo di Mt 22,37-40! Trascurando di riferirla a Dio, è la “carità” a venir ridotta da Zagrebelsky a “concetto astratto”, cioè a concetto “separato, distinto, che prescinde”: astratto da Dio, appunto!
La poco chiara e discutibile distinzione tra “astrattezza della verità” che si oppone a “concretezza della carità”, intesa questa come sinonimo di “realtà”, deriva invece dalla pretesa tutta laicista di circoscrivere la “carità cristiana” a “virtù umana” e la “verità di Cristo” a “precettistica”: in ogni caso entrambe rimangono erroneamente limitate alla dimensione umana! Dice infatti Zagrebelsky: “La carità si incarna negli esseri umani; la verità tende a stabilizzarsi in istituzioni…La carità sprona alla vita buona, ma rifugge dalle condanne, perdona e riconcilia; la verità, al contrario, formula precetti, commina sanzioni e separa gli eletti dai reprobi…(La carità) ama il ‘prossimo’,…(la verità) ama il ‘popolo’, gli ‘uomini deboli’, ‘l’umanità’; il primo modo di amare è - letteralmente - compassione e compatimento, il secondo è filantropia. L’amore per il prossimo…è rapporto caldo, dedizione vitale; l’amore per l’umanità, atteggiamento freddo, attaccamento a un’idea dominante”.[lxxvi] La confusione di Zagrebelsky è totale! E tale confusione gli deriva non solo dal suo completo “ignorare” quale sia - come abbiamo appena ricordato - l’effettiva posizione del Magistero a proposito della virtù teologale della “carità”; ma oltretutto anche dalla sua artificiosa costruzione teorica che, nell’invocare un supposto “oblìo dello spirito originario evangelico”[lxxvii] patito dall’odierna gerarchia a riguardo di tali tematiche, lo fa giungere ad arguire in maniera contraddittoria: “All’imponente edificio (dottrinale della Chiesa) dà oggi nuovo impulso la rinnovata alleanza fede-ragione, riproposta in termini inversi rispetto a quelli d’un tempo: non più la ragione e, al di là dei suoi limiti, la fede, ma prima la fede e poi la ragione che, sulle verità di fede, costruisce e costruisce ancora, deduttivamente e induttivamente, con pretese di validità razionale generale”.[lxxviii]
Sorvolando sui dettagli troppo facilmente opinabili, a questo punto invece ci chiediamo: ma se così fosse, Zagrebelsky non dovrebbe essere allora in sintonia con la Chiesa? Se, laicisticamente parlando, la “carità” è concretezza e la “verità” è astrattezza, quindi la prima è sintomo di “ragione”, mentre la seconda lo è di “fede”: ne consegue che è la verità a subire in tal caso le limitazioni sancite, “deduttivamente e induttivamente”, da una tirannica pseudocarità che pretende di relativizzarla! Se, come si è già visto, non vi è libertà senza verità, ebbene ne consegue che una carità senza verità è una carità senza libertà: ossia appunto una pseudocarità! E difatti è proprio questo il caso denunciato da Gesù quando si scagliò contro i “sepolcri imbiancati” (Mt 23,27)! Caso che, per contro, viene invece auspicato dal laicismo democratico, buonista e pure filantropico (checché ne dica Zagrebelsky), che con tanta ostentazione erge la pseudocarità a paravento delle proprie ipocrisie!
In realtà il gioco è ancora una volta lo stesso: appropriarsi di un valore cattolico, svuotarlo e sostituirlo con uno pseudotipo! A tal proposito ricordiamo quanto affermato dal Catechismo: “La pratica della vita morale animata dalla carità dà al cristiano la libertà spirituale dei figli di Dio. Egli non sta davanti a Dio come uno schiavo, nel timore servile, né come il mercenario in cerca del salario, ma come un figlio che corrisponde all’amore di colui che ‘ci ha amati per primo’ (1 Gv 4,19)”.[lxxix] Dunque la “carità cristiana”, nella quale si riconosce la gratuita disposizione d’amore dei figli verso il Padre che, sempre per gratuito Amore, ci raccomanda di obbedire, differisce assolutamente dal laicistico “umanitarismo”; il quale è invece l’atteggiamento proprio del “mercenario”: di colui cioè che si “lascia prendere dall’attrattiva della ricompensa”! Dice infatti Zagrebelsky a proposito di quelli che sono i “valori-chiave” del laicismo: “…tolleranza, uguaglianza, diritti, democrazia, ecc. non possono vivere se non sono accettati in una rete di rapporti in cui ciascuno è disposto a dare agli altri quel che pretende per se stesso”.[lxxx] Quanta differenza tra il dettato evangelico di “fare agli altri quel bene che si vuole venga fatto a sé stessi” (cfr. Mt 7,12; Lc 6,31) - in quanto consapevoli che il proprio bene passa in maniera comune attraverso quello altrui - e questa “pretesa che esige”, che mira a garantire piuttosto che l’altrui bene quello proprio personale! Al di là dunque delle belle parole e dei bei proclami, come ben si sa non c’è insomma da fidarsi dei “mercanti” allorché cercano di installarsi nella “casa di preghiera” (cfr. Mt 21,12-13; Mc 11,15-17; Lc 19,45-46)!

Al di là delle opinabilissime argomentazioni contro la gerarchia, frutto evidente di inveterati pregiudizi, una ulteriore dimostrazione del fatto di trovarci al cospetto di vuoti e contraddittori sofismi ci giunge allorché Zagrebelsky, in un altro contesto, con clamorosa incoerenza tesse questa volta l’elogio proprio dell’astrattezza sulla concretezza: ennesimo ossequio insomma alla morale opportunistica del perseguire “ciceronianamente” soltanto il “pro domo sua”![lxxxi] Oltretutto la circostanza ribadisce palesemente quale sia la tecnica luciferina adottata dal laicismo nel tentativo di delegittimare la Chiesa cattolica: quella cioè di fare come il “bue che dice cornuto all’asino”! E difatti è proprio da ciò che si riconosce da che parte stiano veramente le “corna”!
Sempre per contrapporsi ai fautori del riconoscimento storico dell’identità cristiana dell’Europa, in quanto ritenuto valore imprescindibile, Zagrebelsky avanza la tesi dell’odierna esistenza di una società che non ha certamente bisogno di “ripristinare le antiche egemonie culturali”,[lxxxii] poichè già in possesso di identità e valori sufficienti a garantirne una valida qualità morale. Tali valori sono quegli “apporti ideali che hanno plasmato la nostra vita collettiva assieme ad altrettante conquiste politiche, sociali e culturali: tolleranza nei confronti delle fedi di tutti, laicità, libertà e socialità, razionalismo, pluralismo, uguaglianza, diritti umani, costituzionalismo, democrazia”.[lxxxiii] Facendosi peraltro portavoce di una inopinata preoccupazione laicista a riguardo della salvaguardia della “dignità della persona umana” - non ci spiega però come possa essa conciliarsi con la pretesa, sempre laicista, della liceità della “sperimentazione medica sulle cellule staminali embrionali”, dell’“aborto” o dell’“eutanasia” - così prosegue: “Alla base c’è la persona umana come tale e la sua dignità, in quanto appartenente al genere umano e indipendente dalla appartenenza a questa o quella fede, religione, stirpe, comunità politica. Tutto questo, indubitabilmente, è identità. Essa, a differenza di quella dei procacciatori di identità perdute, non poggia su elementi concreti del tipo: una fede, una religione, una tradizione, una ideologia o una mitologia, una storia, una terra, una stirpe, ecc. Non poggia su unità pre-date perché la democrazia pluralista, per condurre a una vita comune le sue tante componenti, senza far uso di violenza, deve far leva soprattutto su valori astratti, non concreti; formali o procedurali, non materiali. La tolleranza, per esempio, dice che dobbiamo riconoscerci e rispettarci nelle nostre diversità; non dice nulla, invece, sul contenuto di queste diversità e sul modo concreto di farle convivere (sic!). La democrazia promette procedure amichevoli per dare soluzioni ai conflitti politici, ma è un metodo, non il contenuto di una decisione (sic!). Per quanto astratti e formali, tuttavia, questi non sono ‘meno valori’ di quelli materiali e concreti”.[lxxxiv] Sorvolando sulla clamorosa contraddizione con quanto egli stesso proclama, allorché dice: “…l’atteggiamento etico che si richiede non è quello rigidamente deduttivo da astratti principi di verità”[lxxxv], vogliamo invece soffermarci sulle sue disarmanti ammissioni riguardanti le “incertezze” insite nel sistema democratico: incertezze le quali, proprio in quanto tali, non garantiscono né fanno sperare nulla di durevole. Viene da chiedersi insomma, perchè mai si dovrebbe preferire “scommettere” sugli astratti valori laicisti i quali, se tutto andasse per il meglio, potrebbero risultare suscettibili di garantire tutt’al più una “effimera, serena convivenza delle diversità”; mentre viene rigettata la trascendente verità di Cristo Gesù che invece promette e garantisce una “eterna, felice unificazione delle diversità”! Ancora una volta si professa come più auspicabile il mantenimento delle “divisioni” (dia-ballo), ossia il mantenimento forzato della “distanza tra le differenze”, che non la ricerca del “superamento di ogni differenza” proprio alla luce della sussistenza di una dignità comune: quella appunto secondo cui l’essere umano è “fatto ad immagine e somiglianza di Dio”. Solamente ponendosi in maniera ordinata alla medesima distanza rispetto ad un “punto centrale”, che è Gesù Cristo, infiniti punti giungeranno infatti a “identificarsi” tutti assieme come parte ordinata della “circonferenza”! Tale è la vera “identità”, cioè quella vera “uguaglianza e fraternità dell’uomo (rispetto a Dio-Verità)” che dà vita alla sua vera “libertà (rispetto al peccato-errore)”! Altro che mistificanti “liberté, fraternité, égalité”!
A questo punto Zagrebelsky prefigura un pericolo: quello cioè che una mancata accettazione delle premesse laiciste conduca verso uno “scontro sociale o di civiltà”: ipotesi che lo convince così profondamente dal ribadirla molto di sovente.[lxxxvi] Ad esempio, in occasione del referendum del 12-13 giugno 2005, quando presagiva “ombre durature sul futuro della convivenza civile nel nostro Paese”.[lxxxvii] Tuttavia, dando erroneamente per scontato che la “gente comune” non aspettasse altro che lo scontro sociale o di civiltà, come era ovvio egli si è invece dimostrato un “falso profeta”! Ma non solo! A ben vedere è in realtà lui stesso che ama continuare a tirare in ballo il fantasma del “nemico” con l’evocarne uno, teoricamente ed in maniera preventiva, per la Chiesa: cioè a dire l’uomo del “dubbio”! Scrive infatti: “Per la mentalità dogmatica, l’avversario è il nemico, il miscredente, se non il folle…Uomini del dogma:…i loro naturali nemici sono gli uomini del dubbio”.[lxxxviii] Si direbbe che l’artata assegnazione di un nemico alla Chiesa voglia servire in realtà a scaricare su di Essa l’esclusiva responsabilità per l’insorgere di eventuali diatribe! Ma il clamoroso fraintendimento è che se il “nemico” è colui che “non è amico”, ed è pertanto “colui che non si ama”, ebbene la Chiesa non può costruirsi “di propria scelta” un “nemico”, in quanto Essa “tutti ama” (cfr. Lc 6,27-38): l’unica persona a “non poter amare” è l’anticristo, in quanto “personificazione” del male, ovvero ciò che si oppone al bene per propria natura ontologica! Evocare una propria posizione personale che sia “al di fuori” dell’amore della Chiesa di Cristo Gesù, come fa il laicista, implica piuttosto la “deliberata scelta di porsi nell’errore”. Se d’altra parte la fedeltà intransigente della Chiesa ai propri principi comporta pure la necessità di difenderli da chi li vorrebbe annientarli, non sussiste insomma nessuna logica giustificazione per chi voglia speculare su questo sacrosanto diritto-dovere della Chiesa medesima, tacciandoLa di aggressività! La Chiesa rifiuta l’“errore”, ma ha misericordia dell’“errante”; ed infatti è stato giustamente osservato che: “La Chiesa è intransigente nei principi, perché crede; tollerante nella pratica perché ama. I nemici della Chiesa sono tolleranti nei principi, perché non credono; intolleranti nella pratica perché non amano ”.[lxxxix]
Questa inidoneità all’“amore”, virtù la cui caratura spirituale si colloca certamente molto al di sopra rispetto a quella della “tolleranza”, è il doloroso frutto che inevitabilmente accompagna chi, come il laicista, difetta di “speranza”. Zagrebelsky, citando Norberto Bobbio e condividendo pienamente con lui l’infelice presunzione dell’uomo che sceglie di vivere “senza Dio”, riporta queste sue parole: “Non ho nessuna speranza. In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza:…la speranza è una virtù teologica…Le virtù del laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane, civili…La salvezza, se salvezza ci può essere, non verrà da altri che da noi stessi”.[xc]
Resosi tuttavia conto che ciò potrebbe dar atto ad una penosa deriva verso la “rassegnazione”, specifica: “C’è qualcosa di simile a una speranza, una speranza laica?…Bobbio è un uomo di ragione e scommette pascalianamente non sulla fede in un Dio trascendente…ma sulla ragione umana. A chi chiedesse quali buone ragioni d’essere vinta ha dalla sua questa scommessa, si dovrebbe rispondere semplicemente: nessuna buona ragione, ma è l’unica speranza per l’essere umano: e più non dimandare”.[xci] E così conclude: “Nel suo (di Bobbio) universo concettuale non esiste un ‘altro mondo’ diverso dal nostro; l’esodo (ossia il ritorno alla vita dopo la morte) è un’immagine consolatoria; il messia, un’illusione pericolosa. Noi siamo e resteremo nel nostro mondo, il mondo che costruiamo con le nostre forze. Siamo e resteremo nel labirinto. Il labirinto non è luogo dal quale si possa uscire e non possiamo attenderci nulla da fuori, meno che mai la nostra ‘salvezza’. …Il senso della vita…è lavorare insieme, nel dialogo e nel rispetto reciproci, nel rigore analitico, nell’assenza di dogmi messianici, affinché la condizione del labirinto, che è la condizione umana, sia progressivamente resa più sopportabile, più umana, meno ingiusta. Tutto il resto non è che teologia politica. Se poi, indipendentemente da noi, ‘alla consumazione dei tempi’ qualcosa (e che cosa) da fuori accadrà, sono solo punti interrogativi”.[xcii] Da questo agghiacciante affresco della “disperazione” emergono nuovamente i caratteri anticristici del laicismo, il quale sovverte ancora una volta in uno pseudotipo il carattere di stabilità e certezza della “speranza” (in quanto sicura attesa della beatitudine eterna e dell’assistenza della grazia per conseguirla), riducendola ad instabile, malsicuro, ambiguo ed incerto “auspicio” di un “non si sa bene che”: una “pseudosperanza” insomma! Per esprimere la propria concezione esistenziale, tanto Bobbio quanto Zagrebelsky scelgono l’immagine dell’“errabondo nel labirinto” - tra le tre che Wittgenstein aveva elevato ad altrettanti paradigmi significativi della vita individuale e collettiva -[xciii] e ritengono che tutti gli sforzi applicati, le scelte adottate, i rischi affrontati, gli sbagli commessi da chi stia cercando la “via d’uscita” da tale “labirinto” rimangano atteggiamenti unicamente assoggettabili al controllo della propria ragione: privi cioè della speranza “in un intervento esterno”. Fin qui nulla di nuovo, essendo essi dei convinti pragmatico-razionalisti nonché atei; ma la stonatura insorge quando, in maniera contraddittoria, ci viene ricordato da Zagrebelsky che Bobbio aveva altresì affermato: “Come ho detto tante volte, la storia umana, tra salvezza e perdizione, è ambigua. Non sappiamo neppure se siamo noi i padroni del nostro destino”![xciv] Per di più entrambi alla fine mostrano addirittura incertezza sulla reale esistenza di una “via d’uscita” da tale labirinto: “…Non sappiamo se c’è l’uscita ma…dobbiamo sperare che ci sia e operare quindi come se ci sia e su questo esile filo costruire la nostra speranza, la speranza degli uomini di ragione e non di fede”.[xcv] In altre parole, tanto Bobbio quanto Zagrebelsky si costruiscono un “labirinto” che a ben vedere partecipa anche delle caratteristiche delle due ulteriori immagini paradigmatiche teorizzate da Wittgenstein: “la mosca nella bottiglia” ed “il pesce nella rete”. Volendo uscire dalla propria trappola la mosca è soggetta alla “ buona sorte” (trovare l’apertura non tappata), il pesce rimane invece vittima della “necessità” (più si dibatte nella rete, più vi si impiglia). Continua...


[i] Per la serie La biblioteca di Repubblica – Idee, 9 maggio 2007.
[ii] Che la “buona fede” (lat. bona fides) non possa rappresentare un presupposto di “verità”, ma piuttosto di “ingenuo relativismo” e che quindi non costituisca nemmeno una scusante, lo dimostra già soltanto la distinzione presente in campo giuridico tra le figure di “buona fede soggettiva” e “buona fede oggettiva”. Oltretutto, a monte di questo, è praticamente riconosciuta in maniera unanime dai giuristi un’inattendibilità delle definizioni univoche di “buona fede”, a motivo di una sua peculiare indeterminatezza di contenuto che fa preferire ad essa piuttosto l’uso di sinonimi o perifrasi. Ma a parte ciò: al cattolico è stata richiesta non tanto la “buona fede” quanto la “buona volontà”!
[iii] Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: “organizzata, nutrita e guarita” (cfr.739).
[iv] Catechismo della C.C., 750.
[v] S.Bernardo di Chiaravalle, In canticum sermo, 27, 7, 14: Opera, ed. J.Leclerq-C.H.Talbot-H.Rochais, v.1, Roma 1957, pg.191.
[vi] Concilio Vaticano II, Cost.dogm. Lumen Gentium, 31.
[vii] Cfr. De ecclesiastica hierarchia, V,III,7: PL 3,513.
[viii] Cfr. il classico principio canonista: “utique maioritatem tribuit et exceilentiam sed non superioritatem”. Del resto, “Eminenza ed Eccellenza” sono proprio i titoli pertinenti all’Alto clero.
[ix] Catechismo della C.C., 895-896.
[x] Cfr. Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.23, pg.79.
[xi] Cfr.Idem, pg.45 seg.; pg.94 sg.
[xii] Cfr.Idem, pg.45; pg.87; pg.96 sg.
[xiii] Cfr.Idem, pg.43 sg.
[xiv] Cfr.Idem, pg.46.
[xv] Idem, pg.159.
[xvi] Giovanni Paolo II, Christifideles laici, n.59.
[xvii] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.94.
[xviii] Idem, pg.159.
[xix] Idem, pg.95.
[xx] Cfr.Idem, pg.91 sgg.
[xxi] Non possumus: la Chiesa divide la società?, Intervento di G.Zagrebelsky all’incontro organizzato da “Libertà e Giustizia” presso l’Unione Culturale di Torino, 21/3/2007.
[xxii] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.83.
[xxiii] Idem, pg.54.
[xxiv] Idem, pg.158.
[xxv] Non possumus: la Chiesa divide la società?, cit.
[xxvi] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.83.
[xxvii] Cfr. Idem, pg.111.
[xxviii] Idem, pg.99.
[xxix] Idem, pg.85.
[xxx] Ibidem, sg.
[xxxi] Cfr. Idem, pg.87.
[xxxii] Concetto condannato nella Alloc. Maxima quidam, 9 giugno 1862 e nel Syllabus di Pio IX.
[xxxiii] Catechismo della C.C., 212.
[xxxiv] Idem, 314.
[xxxv] Idem, 303.
[xxxvi] Idem, 395.
[xxxvii] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.82.
[xxxviii] Idem, pg.80.
[xxxix] Idem, pg.48.
[xl] Idem, pg.81.
[xli] Ibidem.
[xlii] Idem, pg.84.
[xliii] Idem, pg.20.
[xliv] Idem, pg.125.
[xlv] Idem, pg.96.
[xlvi] Idem, pg.125 sg.
[xlvii] Idem, pg.20.
[xlviii] Idem, pg.47.
[xlix] Idem, pg.125.
[l] Idem, pg.22.
[li] Idem, pg.23.
[lii] Luigi Capozza, Verità, Carità e Chiesa secondo G.Zagrebelsky, in http://www.arealocale.com/, 26/7/2006.
[liii] G. Zagrebelsky, Un decalogo contro l’apatia politica, Relazione tenuta al convegno nazionale del Cidi, 4 / 3 / 2005. Vd. pure Imparare la democrazia, Einaudi, Torino 2007.
[liv] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.22.
[lv] Ibidem.
[lvi] Cfr. Catechismo della C.C., 86 e 88.
[lvii] Idem, pg.19.
[lviii] Cfr. Catechismo della C.C., 2088.
[lix] Cfr. idem, 150.
[lx] Zagrebelsky lo cita in realtà come Salmo 62, seguendo la numerazione ebraica piuttosto che quella latina!
[lxi] Cfr. Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.19.
[lxii] Ibidem.
[lxiii] Cfr. Idem, pg.21.
[lxiv] Idem, pg.20 sg.
[lxv] Idem, pg.22.
[lxvi] S.E. Cardinal Juliàn Herranz, L’umanità è al bivio, in L’Osservatore Romano, 15 novembre 2000.
[lxvii] M.Adinolfi, Gli apprensivi amanti della democrazia, http://www.leftwing.it/, 26/3/2007.
[lxviii] Giovanni Paolo II, Fides et Ratio, n.90.
[lxix] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n.12.
[lxx] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.53.
[lxxi] Idem, pg.66.
[lxxii] Idem, pg.118.
[lxxiii] Idem, pg.119 sgg.
[lxxiv] Catechismo della C.C., 1822.
[lxxv] Idem, 1812.
[lxxvi] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.118 sg.
[lxxvii] Idem, pg.121.
[lxxviii] Ibidem.
[lxxix] Catechismo della C.C., 1828.
[lxxx] Lo Stato e La Chiesa, pg.109.
[lxxxi] “Ciò che conviene a sé stessi”.
[lxxxii] Cfr. Lo Stato e La Chiesa, op.cit.,pg.105 sg.
[lxxxiii] Cfr. Idem, pg.107 sg.
[lxxxiv] Idem, pg.108.
[lxxxv] Idem, pg.125.
[lxxxvi] Cfr. Idem, pg.37; pg.43; pg.53; pg.108 sg. Cfr. pure Non possumus: la Chiesa divide la società?, op.cit.
[lxxxvii] Idem, pg.43.
[lxxxviii] Idem, pg.21 sg.
[lxxxix] Garrigou-Lagrange, O.P., Dieu, Son Existence et Sa Nature, Ed. Beauchesne, Paris 1950, vol II, pg.725.
[xc] Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pgg. 131-134.
[xci] Ibidem.
[xcii] Idem, pg.136 sg.
[xciii] Cfr. Lo Stato e La Chiesa, op.cit., pg.132 sgg.
[xciv] Idem, pg.134.
[xcv] Ibidem.